La celebrazione della Giornata Mondiale del Malato all’Hospice Via delle Stelle tra spiritualità e cura della persona

Hospice Santa Messa

La celebrazione della XXXIV Giornata Mondiale del Malato presso l’hospice di Reggio Calabria ha rappresentato un momento di profonda intensità spirituale e umana, riunendo pazienti, familiari, operatori e volontari della Fondazione “Via delle Stelle”. La Santa Messa, officiata dall’assistente spirituale don Armando, ha trasformato gli spazi della struttura in un luogo di comunione dove la fragilità non è stata vissuta come un limite invalicabile, ma come un’occasione di autentica prossimità. Attraverso la preghiera e la riflessione sul messaggio evangelico, l’iniziativa ha inteso ribadire la centralità della dignità della persona in ogni fase della vita, sottolineando come la cura debba abbracciare non solo il corpo, ma anche l’anima e la dimensione relazionale di chi soffre.

Seguici su WhatsApp

Hospice Via delle Stelle: la cura che nasce dal cuore

Mercoledì 11 febbraio, XXXIV Giornata Mondiale del Malato è stata celebrata la Santa Messa in hospice, nel cuore stesso di quel luogo in cui fragilità e speranza si sfiorano ogni giorno senza fare rumore. In apertura della celebrazione, don Armando, nostro assistente
spirituale, ha portato i saluti del dottor Vincenzo Nociti, presidente della Fondazione “Via delle Stelle”: un pensiero semplice e partecipe, capace di esprimere vicinanza a ogni persona ricoverata, ai familiari, agli operatori e ai volontari che quotidianamente custodiscono questo spazio di cura e di umanità. Non una celebrazione separata dalla vita, ma immersa dentro di essa: tra i respiri lenti delle stanze, gli sguardi raccolti dei familiari, il
silenzio abitato di chi accompagna con passo leggero. In hospice la liturgia non è mai soltanto rito. È carne della vita. È preghiera che prende forma nei volti, nelle attese, nelle mani che si stringono piano per non disturbare il dolore. L’altare, così vicino alla vulnerabilità umana, è diventato ancora una volta spazio di comunione e di affidamento.

La Parola ascoltata, il pane spezzato, la preghiera condivisa hanno attraversato corridoi e cuori, raggiungendo anche chi non poteva essere presente fisicamente ma restava unito
in modo invisibile, dentro quella misteriosa rete di relazioni che la sofferenza rende ancora più vera. In quel momento semplice e solenne insieme abbiamo percepito con chiarezza che la cura non riguarda soltanto il corpo. La cura abbraccia l’anima. Custodisce la speranza. Tiene aperto un orizzonte di senso anche quando tutto sembra restringersi attorno al limite. Proprio durante l’omelia, don Armando ha consegnato alla nostra comunità una parola del Vangelo capace di scendere in profondità: non è ciò che entra nell’uomo a renderlo impuro, ma ciò che dal suo cuore esce. Ascoltata dentro l’hospice, questa frase cambia luce. Non resta un insegnamento lontano. Diventa esperienza viva. Diventa uno specchio silenzioso davanti al quale ciascuno è chiamato a sostare con verità.
Perché qui, dove la vita si fa fragile, le apparenze lentamente cadono. Le difese si allentano. Le parole inutili si spengono. Resta il cuore, nudo e vero, con tutto ciò che porta dentro: ferite antiche, paure taciute, memorie luminose, desideri di bene che non hanno mai smesso di cercare spazio. Gesù parla di ciò che dal cuore può uscire: oscurità, egoismi, smarrimenti. E noi sappiamo quanto l’umano sia attraversato da queste ombre.

La fragilità come spazio di verità e prossimità

Ma l’hospice, paradossalmente, è anche il luogo in cui vediamo emergere altro. Qualcosa di inatteso. Qualcosa di profondamente vero. Vediamo cuori che, proprio dentro la
prova, ritrovano strade dimenticate: un perdono sussurrato dopo anni di silenzio, una carezza che arriva quando sembrava troppo tardi, uno sguardo che dice grazie quando la voce non riesce più a farsi sentire. È come se la fragilità aprisse un varco. Come se il dolore, pur senza perdere il suo peso reale, lasciasse filtrare una verità più profonda: quella dell’amore che resiste, della relazione che rimane, dell’essenziale che finalmente emerge
quando tutto il resto cade.

Allora comprendiamo che la purezza di cui parla il Vangelo non riguarda norme esteriori o confini rituali, ma la qualità del cuore. E custodire il cuore diventa il primo gesto di cura. Il più nascosto. Il più necessario. Il più difficile, perché chiede autenticità. Custodire il cuore di chi soffre significa avvicinarsi senza invadere. Ascoltare senza fretta. Restare anche quando non ci sono parole da dire e nessuna soluzione da offrire. Significa riconoscere che ogni vita, fino all’ultimo respiro, conserva una dignità inviolabile e una luce che nessuna malattia può spegnere del tutto. Una luce discreta, talvolta tremante, ma reale. Ma custodire il cuore significa anche vigilare sul nostro. Perché chi cura non è fuori dalla fragilità: ne è parte. E proprio nell’incontro con il limite dell’altro, il nostro cuore viene
interrogato, purificato, reso più vero, più essenziale, più umano. Forse è questo il dono nascosto della Giornata Mondiale del Malato vissuta in hospice: ricondurci all’essenziale.
Ricordarci che la cura nasce dentro, prima ancora che nei gesti visibili. Che la prossimità è una scelta del cuore prima che un compito. Che l’amore più autentico è spesso silenzioso, discreto, quasi invisibile agli occhi del mondo, ma potentissimo per chi lo riceve.

Uscendo dal salone, dopo quella Parola ascoltata insieme, rimaneva nell’aria una percezione mite ma tenace: la fragilità non è il luogo dell’impurità. Può diventare, invece, lo spazio della verità. Il luogo in cui il cuore si libera dal superfluo e torna capace di bene. Capace di relazione. Capace di tenerezza. E così, nei corridoi attraversati in punta di piedi, nelle stanze abitate da respiri lenti, nei piccoli gesti che nessuno vede e che pure sostengono il mondo, continua a compiersi qualcosa di profondamente umano e insieme misterioso: un custodire reciproco, una cura che nasce dal cuore e al cuore ritorna. In questa luce discreta comprendiamo che la Giornata del Malato non termina con una celebrazione. Non si chiude con una data sul calendario. Continua ogni giorno. Continua ogni volta che scegliamo di restare accanto invece di allontanarci. Ogni volta che permettiamo al bene di uscire dal nostro cuore e diventare presenza concreta. Ogni volta che riconosciamo, nel volto fragile dell’altro, una chiamata alla nostra stessa umanità. Ed è proprio lì, in questa fedeltà quotidiana fatta di silenzi, di ascolto, di piccole attenzioni, che la cura rivela il suo volto più vero: non potere, non efficienza, ma relazione che salva dalla solitudine. Silenziosa. Fedele. Viva.

*Amici dell’hospice di Reggio Calabria

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *


Il periodo di verifica reCAPTCHA è scaduto. Ricaricare la pagina.

Articoli Correlati
Rubriche
Famiglia
Immagine in evidenza categoria Spazio Genitori

Spazio Genitori

di Gianni Trudu

Società
Immagine in evidenza categoria Dottrina sociale

Appunti di dottrina sociale

di Domenico Marino

Cultura
Immagine in evidenza Libro della settimana

Il libro della settimana

di Mimmo Nunnari

Storia
Immagine in evidenza categoria dagli Archivi

Dagli archivi

di Renato Laganà

tecnologia
Immagine in evidenza Human Prompt

Human Prompt

di Davide Imeneo

Articoli Correlati
Aula G
ragazzi armati

Violenza a scuola: l'allarme della Polizia Postale per i minori radicalizzati sul web

Integrazione studenti stranieri

Integrazione degli studenti stranieri: le misure del decreto scuola tra didattica e divieti

presentazione libro andrea gagliarducci

Intelligenza artificiale ed etica della laicità: la visione politica nell'ultimo libro di Gagliarducci

Iscriviti alla Newsletter

Ricevi ogni giorno le notizie più importanti dalla Chiesa calabrese direttamente nella tua casella email