La gestione dell’Abbazia di Castaneto nel Settecento: dagli abati commendatari ai monaci Basiliani

Il cardinale Marco Antonio Colonna, ultimo commendatario dell’Abbazia di Castaneto

Le vicende storiche e amministrative dell’Abbazia di Castaneto, situata nel territorio reggino, sono tracciate attraverso i passaggi di consegna della commenda e le accurate visite pastorali degli arcivescovi diocesani tra il Seicento e il Settecento. Dopo le iniziali assegnazioni a figure ecclesiastiche legate alla Corte Pontificia, il complesso monastico ha attraversato fasi di trascuratezza strutturale e materiale. A metà del XVIII secolo, per porre un argine al declino degli edifici e alle usurpazioni territoriali, la Congregazione dei Padri Basiliani ha richiesto e ottenuto la concessione in enfiteusi perpetua dell’abbazia. Un passaggio di gestione sancito ufficialmente nei primi anni sessanta del Settecento, che ha superato le opposizioni mosse dalle amministrazioni locali e che è stato minuziosamente documentato dagli inventari redatti durante le ispezioni.

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La gestione degli abati commendatari

Dopo la nomina a commendatario di Giovan Vincenzo Arata fatta da papa Clemente IX nel 1667 con le notizie del successivo fitto, le ricerche degli storici non sono riuscite ancora a individuare a chi toccò la commenda sino ai primi decenni del Settecento e l’unica notizia fa riferimento al nome del cardinale Carlo Maria de Marinis che morì nel gennaio del 1746. Costui, come in genere avveniva in quegli anni, era stato «uditore di camera» di papa Innocenzo XI, condizione che favorì l’assegnazione di una commenda. Egli fu poi nominato, nell’aprile 1709, «maestro di camera» della Corte Pontificia da papa Clemente XI, che sei anni dopo lo nominò «cardinale in pectore», assegnandogli poi, nel febbraio 1716, la diaconia di S. Maria di Aquiro in Roma. Ricevuti gli ordini sacri nel 1719 venne designato come «prefetto della Congregazione dei riti e Cerimonie» da papa Benedetto XIII nel 1726, divenendo poi «cardinale protodiacono», nell’agosto 1741, ottenendo la diaconia della basilica romana di S. Maria in Via Lata. Alla sua morte la commenda dell’Abbazia di Castaneto passò a Marco Antonio Colonna poi cardinale dal 1759, che aveva la mansione di «protonotaro apostolico», ottenendo successivamente in dotazione, nella qualità di «consultore della Sacra Congregazione dei Riti», anche le commende dell’Abbazia di S. Paolo in Albano Laziale, delle abbazie benedettine di S. Vincenzo al Volturno e di S. Pietro ad Montes, e di S. Lazaro in Capua. Nel 1750 il Colonna concesse in fitto per sei anni alla Congregazione dei Padri Basiliani la quota della «mensa abbaziale» indicata dallo storico Passarelli in «290 scudi romani e 46 baiocchi» che venne rinnovata per i successivi sei anni.

Le ispezioni pastorali

Il 3 novembre 1757, l’arcivescovo Domenico Zicari, dopo aver visitato la chiesa parrocchiale di S. Stefano, nel pomeriggio raggiunse il Monastero, sito a due miglia dal casale, dove venne accolto da «un prete abate e da un prete priore». Dopo aver adorato la SS. Eucarestia ispezionò il tabernacolo e la pisside che trovò confacenti alle norme liturgiche. Non risultava conforme alle «istruzioni di S. Carlo» l’altare dedicato a S. Giovanni Battista nel quale ordinò di porre una nuova pietra sacra «lunga venti once e larga sedici» pena l’interdizione all’uso in caso di mancata esecuzione. Nell’altare dedicato a S. Basilio doveva invece predisporsi un paliotto centrale e nella sacrestia l’ispezione ai paramenti rivelò l’interdizione all’uso della casula, del manipolo e della stola di colore rosso e del velo verde, necessitando riparazioni al velo bianco e la dotazione di un nuovo manipolo violaceo e di un telo nero oltre alla pulizia dell’amitto. Altro segno dell’abbandono cui era stato soggetto il monastero fu quello della porta di accesso che risultò «diruta e malandata» e per essa ordinò il rifacimento stabilendo inoltre che essa venisse chiusa nel tardo pomeriggio «per osservare in modo migliore la disciplina monastica e la clausura e per evitare inconvenienti che possono sortire cattive abitudini». Rivoltosi all’abate ed al priore li esortò a osservare minuziosamente la regola dell’ordine basiliano, raccomandando di dedicarsi in modo maggiore alla preghiera e al servizio di Dio disdegnando «gli affari mondani».

L’enfiteusi e le opposizioni locali

Intanto, da parte della Congregazione dell’ordine Basiliano, venne richiesta al commendatario romano la concessione in enfiteusi della commenda con la motivazione che «per l’assenza degli Abati Commendatarij pro tempore esistenti, siano andati e giornalmente vadino in declinazione, specialmente rispetto agli Edificij e Terreni restando questi anche esposti alle usurpazioni che possono tentarsi dai confinanti dei medesimi» garantendo allo stesso tempo che i beni sarebbero stati «mantenuti, e conservati, ma altresì migliorati». La concessione venne poi perfezionata con atto del 13 agosto 1759, che ottenne nel successivo settembre il beneplacito di papa Clemente XIII. Questa nuova condizione non venne accettata dai sindaci delle «università» di Scilla e Calanna, che negli anni di abbandono si erano appropriati di alcuni diritti d’uso nel patrimonio boschivo e agricolo dell’abbazia, che si opposero alla richiesta del consenso al Re di Napoli, trattandosi di un atto redatto nell’interesse di un paese estero (lo Stato Pontificio), ma non riuscirono a documentare le loro ragioni in tribunale e il Re concesse l’«exequatur» il 29 febbraio 1760.

La presa di possesso dei Basiliani

L’anno successivo venne stipulata la presa di possesso da parte dei monaci Basiliani, nella persona di p. Luigi Vigliarolo, con atto del notaio Giuseppe Antonio Tommasini (il padre dell’arcivescovo Alessandro) di Sambatello, alla presenza del giudice dei contratti Francesco Monsolino e di testimoni. Una copia dell’atto con allegato il decreto reale si conserva nell’archivio diocesano si rileva che tutti i beni vennero concessi «perpetuamente all’Abbate Regolare e monaci dello stesso Monasterio e loro successori in perpetuum colla sua Chiesa, e beni tutti mobili, stabili, suppellettili sagri, e profani, azzioni, giurisdizioni, diritti, tanto spirituali, quanto temporali, ed ogni altro» con l’onere di pagare all’abate commendatario ed ai suoi successori «trecento scudi romani» e l’obbligo di redigere nei due anni successivi una «Platea» dei beni. L’accesso per la presa di possesso della chiesa venne fatto «al suono delle campane innanti l’altare maggiore della detta Chiesa d’esso monasterio sotto detto titolo di San Giovanni di Castaneto, dove al questo orando, e quello bacciato nel mezzo, nel corno dell’Evangelo, e dell’epistola, accomodando li suoi candelieri, fiore e tovaglie, ed in essa chiesa camminando, aprendo e chiudendo la di lei porta…». Il rituale proseguì raggiungendo il casale di S. Stefano, «alberato con celsi di serico”, poi la contrada Mannoli e Marini con «castagnare, celsi e pomare», poi la Montagna con «con faghi, abbeti e zappini», poi «nelle terre aratorie nella contrada l’Acque di Virgilio», poi le contrade Billò, Salice, Lirdo, sino alla fiumara di Donica alberate di «castagnare» per le quali il p. Vigliarolo fece la presa di possesso «camminando nelli medesimi, rompendo ramelle d’alberi, buttando pietre fuori, ed altri atti facendo, tutti denotanti la vera, reale e corporale possessione, quietamente e pacificamente, senza contrasto, o contraddizione d’alcuno». Il 23 novembre 1764, il monastero ricevette la visita dell’arcivescovo Matteo Testa Piccolomini che ebbe apprezzamenti per la condizione della chiesa raccomandando tuttavia, in merito alle suppellettili sacre, di rinnovare, entro un mese, il corporale, la doratura della pisside e la dotazione di dieci purificatori. (continua)

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