La sfida tra OpenAI e Anthropic divide il settore dell’intelligenza artificiale tra corsa ai profitti e sicurezza degli algoritmi

La mancata stretta di mano in India

L’industria dell’intelligenza artificiale attraversa una fase di profonda accelerazione tecnologica e finanziaria, accompagnata da crescenti tensioni interne e da ineludibili questioni etiche. Il recente vertice di Nuova Delhi ha reso visibile la distanza tra i vertici di OpenAI e Anthropic, evidenziando una competizione serrata in un settore che muove investimenti senza precedenti e si prepara a ridefinire le dinamiche lavorative e creative globali. Mentre colossi come Google aggiornano i propri modelli di calcolo ottenendo risultati inediti nei test logici e OpenAI si avvia verso una raccolta fondi da record, iniziano a emergere le prime concrete ricadute sociali. Da un lato, grandi aziende di consulenza cominciano a imporre l’uso degli algoritmi come requisito per l’avanzamento di carriera; dall’altro, il mondo della cultura e dello spettacolo inizia a porre dei limiti alla diffusione di opere interamente generate dalle macchine, richiamando l’attenzione sulla necessaria tutela della dignità professionale e del talento umano.

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Il gelo sul palco di Nuova Delhi tra i leader del settore

C’è una foto che da qualche giorno circola sui social e che racconta bene il momento che sta vivendo l’industria dell’intelligenza artificiale. Sul palco dell’India AI Impact Summit di Nuova Delhi, il primo ministro indiano Narendra Modi ha invitato tredici leader del settore tecnologico a unirsi in una catena umana, mani alzate e intrecciate, in un gesto di solidarietà. Tutti hanno obbedito. Tutti tranne due: Sam Altman, amministratore delegato di OpenAI, e Dario Amodei, alla guida di Anthropic, che si trovavano fianco a fianco e che, per diversi secondi imbarazzanti, hanno evitato qualsiasi contatto fisico, alzando infine ciascuno un pugno chiuso al posto della mano aperta del vicino. La scena è diventata virale in poche ore.

Qualcuno su X ha scritto ironicamente che l’intelligenza artificiale generale arriverà «il giorno in cui Dario e Sam si terranno per mano». Un’investitrice della società di venture capital Andreessen Horowitz ha commentato la foto con la didascalia: «When you’re forced to do a group project with your opp» (quando sei costretto a fare un progetto di gruppo con il tuo rivale). Altman, intervistato poco dopo dal sito indiano Moneycontrol, ha provato a minimizzare: «Non sapevo cosa stesse succedendo. Ero confuso, come quando Modi mi ha afferrato la mano e l’ha alzata, e non ero sicuro di cosa dovessimo fare».

Anthropic ha scelto il silenzio, rifiutando di commentare. Il gelo tra i due non nasce dal nulla. Amodei ha lavorato per anni in OpenAI come vicepresidente della ricerca, contribuendo allo sviluppo dei modelli GPT-2 e GPT-3. Nel 2021, insieme alla sorella Daniela e un gruppo di colleghi, ha lasciato l’azienda per fondare Anthropic, convinto che OpenAI non stesse dando sufficiente peso alla sicurezza nello sviluppo dei propri sistemi. Da allora le due società competono su ogni fronte: modelli, clienti aziendali, investitori, talenti. L’ultimo capitolo dello scontro si era consumato poche settimane prima, durante il Super Bowl, quando Anthropic aveva mandato in onda una campagna pubblicitaria che prendeva in giro la decisione di OpenAI di introdurre inserzioni pubblicitarie in ChatGPT. Altman aveva reagito definendo quegli spot «clearly dishonest» (chiaramente disonesti).

L’episodio indiano, per quanto grottesco, rimanda a una questione seria: i leader delle aziende che più di tutte stanno plasmando il futuro della tecnologia non riescono nemmeno a fingere un minimo di cooperazione in una foto di rito. È una dinamica che dovrebbe far riflettere, soprattutto considerando che c’è in gioco il modo in cui l’intelligenza artificiale entrerà nella vita di miliardi di persone.

La corsa tecnologica e il rilancio di Google sui modelli avanzati

Nel frattempo, la corsa tecnologica per una Ai più performante non si ferma. Proprio nei giorni del vertice indiano, Google ha rilasciato Gemini 3.1 Pro, un aggiornamento significativo del proprio modello di punta. Il dato che ha fatto più discutere è il punteggio ottenuto sul benchmark (test di valutazione) ARC-AGI-2, una prova progettata per misurare la capacità di un modello di risolvere problemi logici del tutto nuovi, mai incontrati durante l’addestramento.

Gemini 3.1 Pro ha ottenuto il 77,1%, più del doppio rispetto al 31,1% del suo predecessore Gemini 3 Pro, e nettamente al di sopra dei risultati di Opus 4.6 di Anthropic (68,8%) e di GPT-5.2 di OpenAI (52,9%). Il modello si è piazzato in cima alla classifica anche in altri ambiti, dalla conoscenza scientifica alla programmazione, mantenendo lo stesso prezzo del modello precedente e la stessa finestra di contesto da un milione di token (le unità minime di testo elaborate dal modello). Con questo lancio Google torna prepotentemente alla ribalta nella corsa al “miglior modello al mondo”, dopo aver lasciato per qualche mese la scena ad Anthropic e OpenAI.

Valutazioni record e la maxi raccolta fondi di OpenAI

A proposito di OpenAI, la società fondata da Altman si avvicina al termine di una raccolta fondi che potrebbe superare i cento miliardi di dollari, una cifra senza precedenti nella storia del finanziamento privato. Secondo Bloomberg, i principali investitori della prima tranche sarebbero Amazon (fino a 50 miliardi), SoftBank (circa 30 miliardi), Nvidia (intorno ai 20 miliardi) e Microsoft. Se l’operazione andasse in porto, la valutazione complessiva di OpenAI potrebbe superare gli 850 miliardi di dollari. Numeri da capogiro per un’azienda che, secondo le stesse proiezioni, non sarà redditizia prima del 2029.

L’impatto sul lavoro: il caso delle promozioni vincolate all’IA

Sul fronte del mondo del lavoro, c’è una notizia che ha suscitato particolare attenzione: Accenture, colosso della consulenza con quasi 780.000 dipendenti nel mondo, ha comunicato ai propri dirigenti che l’utilizzo regolare degli strumenti di intelligenza artificiale sarà un requisito per le promozioni ai ruoli di leadership. Secondo quanto riportato dal Financial Times, che ha visionato un’email interna, l’azienda ha iniziato a monitorare settimanalmente gli accessi (login) alle piattaforme di IA da parte dei dipendenti senior, trasformando di fatto l’adozione della tecnologia in un indicatore di prestazione. Questa novità non sarà applicata ai dipendenti di dodici Paesi europei né agli impiegati applicati ai contratti governativi statunitensi.

Accenture dichiara di aver già formato oltre 550.000 dei suoi dipendenti per usare l’intelligenza artificiale generativa, ma secondo quanto riporta il Financial Times, alcuni lavoratori hanno definito gli strumenti interni «broken slop generators» (generatori di materiale scadente e inaffidabile). L’amministratrice delegata Julie Sweet aveva già anticipato questa linea lo scorso anno, affermando durante una call con gli investitori che l’azienda avrebbe «fatto uscire» i dipendenti incapaci di adeguarsi al cambiamento imposto dall’IA. È una scelta che pone interrogativi importanti sulla dignità del lavoro e sulla libertà di chi, per ragioni di competenza, di età o semplicemente di prudenza, non si sente pronto a delegare parte delle proprie mansioni a una macchina.

La tutela della creatività umana e la reazione di Hollywood

Infine, una piccola ma significativa vittoria per chi difende la creatività umana. AMC Theatres, la più grande catena di sale cinematografiche degli Stati Uniti, ha rifiutato di proiettare il cortometraggio “Thanksgiving Day”, un film interamente generato con strumenti di intelligenza artificiale che aveva vinto l’inaugurale Frame Forward AI Animated Film Festival. Il cortometraggio, opera del regista kazako Igor Alferov, racconta la storia di un orso e del suo assistente ornitorinco in un viaggio intergalattico, ed era stato realizzato con software come Gemini 3.1 e Nano Banana Pro. L’annuncio della programmazione nelle sale aveva scatenato un’ondata di proteste sui social media, con utenti che minacciavano di boicottare AMC.

La catena cinematografica ha precisato di non aver avuto alcun ruolo nell’iniziativa, gestita dalla società pubblicitaria Screenvision Media, e di aver comunicato che le proprie sale non avrebbero partecipato. Questa vicenda si è consumata in un momento di forte tensione sull’uso dell’intelligenza artificiale a Hollywood, con oltre 500 personalità del cinema — tra cui Natalie Portman, Cate Blanchett e Guillermo del Toro — che hanno aderito alla Creators Coalition on AI (Coalizione dei Creatori sull’IA) per chiedere regole vincolanti sull’addestramento e l’impiego di questi sistemi.

Guardando a queste notizie nel loro insieme, emerge chiaramente che l’intelligenza artificiale avanza velocemente, i capitali investiti sono enormi, la competizione tra le aziende è feroce. Ma restano aperte domande fondamentali che nessun benchmark potrà mai misurare: come tutelare chi lavora in un mondo che cambia più rapidamente della capacità umana di adattarsi? Come garantire che la creatività — dono e fatica dell’uomo — non venga ridotta a un prodotto generato in pochi secondi da un algoritmo? E come assicurarsi che chi guida questa rivoluzione sia capace almeno di stringersi la mano, se non per amicizia, almeno per responsabilità verso il bene comune?

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