La storia del casale di Alessi a Calanna attraverso le visite dell’arcivescovo D’Afflitto (seconda parte)

S Alessio stampa antica

Il resoconto delle visite pastorali compiute dall’arcivescovo Annibale D’Afflitto tra il 1597 e il 1605 offre uno spaccato dettagliato sulla vita religiosa e sociale del casale di Alessi, situato nel territorio di Calanna. I documenti d’archivio permettono di ricostruire non solo lo stato di conservazione degli edifici sacri e la ricchezza delle suppellettili liturgiche, ma anche la composizione demografica di una comunità che contava allora circa duecento abitanti. Attraverso le disposizioni del presule emergono le difficoltà economiche delle piccole chiese rurali e l’organizzazione dei laici nella gestione dei beni parrocchiali, in un contesto rurale legato alla produzione di grano e alla bachicoltura.

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La visita del 1597 e la parrocchia dell’Annunziata

Il 20 novembre 1597 l’arcivescovo Annibale D’Afflitto, conclusa la visita del casale reggino di Schindilifà, riprese il suo itinerario scendendo verso il corso della fiumara del Gallico e, dopo aver attraversato il guado proseguì lungo il percorso in salita sul versante settentrionale per raggiungere il casale di «Alessi» nel «tenimento di Calanna» che in quell’anno era composto di 70 nuclei familiari per complessive 200 anime. Raggiunta la chiesa parrocchiale dell’Annunziata venne ricevuto dal parroco D. Nicola Sartiano e, dopo i riti iniziali secondo il Pontificale Romano, si raccolse per un momento di adorazione davanti la SS. Eucarestia che era conservata dentro una piccola pisside d’argento all’interno di un grande tabernacolo di legno dorato posto nell’altare maggiore poggiato su un «altare portatile» sopra un «corporale».

All’interno del tabernacolo c’era una pisside d’argento di dimensioni maggiori utilizzata per trasportare l’Eucarestia agli ammalati che era priva di piedistallo. Il presule raccomandò affinché la si integrasse nella parte mancante per facilitare il trasporto. Quanto aveva richiesto nella visita precedente era stato realizzato e per la custodia degli oli sacri era stata ricavata una nicchia sul lato destro dell’altare provvista di uno sportello vetrato, all’interno della quale in un cofanetto di stagno erano conservate le tre ampolle anch’esse di stagno. Nella chiesa era presente un sodalizio di laici, tra i quali erano stati eletti quell’anno come «mastri o procuratori», Armenzio Sapone, Scipio Monsolino e Francesco Manfrè ai quali, oltre al parroco, il presule affidò la custodia delle suppellettili sacre costituite, oltre che dagli oggetti liturgici per la celebrazione della messa e dai consueti paramenti sacri, da due paliotti in tessuti pregiati, una croce in legno dorato, un baldacchino di «terzanello rosso con le sue frange turchine e rosse» con le quattro aste di legno e dagli altri elementi descritti in precedenza cui si era aggiunta la «roba pronta di nuovo» costituita da «una pianeta di damaschello bianco e cremesino con passamani turchini e stola e manipolo dello stesso colore», amitti, purificatori e altri sopra calice in taffetà (tessuto di seta, denso e grigio, con armatura a tela) di colori vari.

L’arcivescovo, come aveva fatto in precedenza in altre chiese parrocchiali visitate, ritenendo necessaria l’aggiunta di altri elementi per migliorare la funzionalità liturgica, ordinò ai mastri e al parroco di provvedere, entro due mesi, per «accrescere l’altare di un palmo per lato e parimenti allargare la pedana e i gradini», di realizzare una credenza sulla sinistra dell’altare, di aggiungere quattro corporali, quattro fazzoletti per il lavabo, un paio di ampolline in vetro con il relativo piatto di stagno e di provvedere a due lanterne per le occasioni in cui l’Eucarestia venisse portata fuori dalla chiesa.

Lo stato delle chiese sussidiarie e le disposizioni di chiusura

Il presule raggiunse poi le altre chiese che si trovavano all’interno della parrocchia e cioè le chiese di S. Sebastiano, quella di S. Giovanni Battista e quella di S. Anna. La prima, priva di risorse economiche, necessitava di riparazioni nel tetto, nelle pareti e nel pavimento ed era priva di suppellettili per le celebrazioni liturgiche e l’arcivescovo D’Afflitto ordinò che venisse tenuta chiusa, «sotto pena di un mese di carcere», e per le eventuali celebrazioni ci sarebbe voluto il suo permesso. La seconda chiesa, situata fuori dal perimetro del casale, si trovava nelle stesse condizioni della prima e anch’essa doveva essere tenuta chiusa.

La terza che necessitava ancora di riparazioni nel tetto e nel pavimento aveva come beneficiario l’abate Emilio Catalano, al quale il presule ordinò di «accomodare la finestra» e di aggiungere alla dotazione di suppellettili sacre un calice, una pianeta, un paliotto, un crocefisso per l’altare, un paio di candelieri, un quadro di S. Anna, due paia di corporali, un camice, un amitto due paia di corporali con le borse, quattro tovaglie piccole e dodici purificatori. La messa che in essa dovevasi tenere settimanalmente venne affidata all’abate Sartiano per celebrarla nella chiesa parrocchiale sino a quando «la chiesa non sarà riparata» e il presule dispose il sequestro dei profitti del beneficiario per eseguire i lavori di restauro oltre all’obbligo di una elemosina annua di quindici ducati da versarsi al parroco.

Economia rurale e rendite agricole nel territorio di Alessi

La relazione della visita pastorale contiene anche l’elenco dei redditi costituiti dalle rendite ricavate dal possesso di terreni agricoli siti nella contrada S. Domenica, per il quale otteneva la quarta parte della produzione annua di grano; nella contrada Strano, per «quarti sei di grano l’anno»; nella contrada Saitti, per tre quarti di grano l’anno; un altro terreno, esteso per «sei quattronate» (mq 11.412 c.), un tempo appartenuto alla chiesa era tenuto da Carlo Furfari che pagava un censo annuo di otto tarì. Un’altra rendita derivava dal possesso di tre alberi di gelso nella contrada Zachari e di uno nella contrada La Forgia, che assicuravano annualmente un carico di fronda da destinare all’allevamento dei bachi da seta.

La ristrutturazione del 1605 e il recupero dei materiali

Sei anni dopo, il 28 novembre 1605, l’arcivescovo D’Afflitto dopo aver visitato S. Stefano, raggiunse, attraverso gli antichi percorsi del crinale aspromontano, il casale di «Alessi» trovandovi la chiesa in corso di ristrutturazione perché anch’essa interessata, come quella di S. Stefano, da dissesti dovuti molto probabilmente, non avendo dati su fenomeni sismici a danni provocati da condizioni meteorologiche avverse. La relazione della visita pastorale specificava che «la predetta parrocchiale minacciava rovina l’anno precedente» e che alcuni devoti con le elemosine ricevute «ristrutturarono l’edificio» e i lavori erano ancora in corso nella chiesa che misurava in lunghezza palmi 52 ed in larghezza palmi 32 (m. 14,00 x m. 8,50 c.).

Nell’edificio erano stati riparati il tetto e il pavimento e «i muratori erano ancora presenti all’interno con i materiali necessari» utilizzando le pietre, i marmi, i mattoni e il legname ottenuto dalla demolizione delle chiesette di S. Sebastiano, di S. Giovanni Battista e di S. Anna. Era stato completato tutto il lato destro con la custodia dell’Eucarestia ed era stato ricostruito su quel lato, vicino all’ingresso, l’altare di S. Anna smontato dalla chiesa in rovina sul cui sito l’arcivescovo fece collocare una croce di legno. Vicino all’ingresso era stato realizzato sulla sinistra, sotto un arco, il fonte battesimale in marmo con un coperchio ligneo. (continua)

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