Il calendario della memoria calabrese segna una data incancellabile, quella del 5 febbraio, giorno in cui la terra tremò con una violenza tale da ridisegnare la geografia fisica e umana della regione. Tra le ferite ancora aperte nella narrazione storica del territorio reggino vi è quella di Sant’Agata, un tempo fiorente città fortificata e oggi luogo della memoria. La catastrofe del 1783 non si limitò a distruggere edifici e a spezzare vite, ma cancellò un intero assetto sociale e strategico che per secoli aveva dominato lo Stretto. Ripercorrere quelle ore drammatiche e la storia di ciò che andò perduto significa comprendere le radici profonde dell’odierna comunità di Gallina e il legame indissolubile con quella “nave di pietra” che ancora oggi domina la vallata dall’alto della sua rupe.
Una fortezza strategica sullo Stretto
Il 5 febbraio ricorre l’anniversario del terribile terremoto che colpi in modo particolare molte città della Calabria e tra queste anche l’antica Sant’Agata, distante appena sei miglia da Reggio. Il nucleo principale della città sorgeva su una rupe in arenaria, denominata dagli abitanti della Vallata con il termineSuso (toponimo di chiara origine siciliana con il quale si indica un’altura), la cui forma ricorda quella di una nave, ed era munita di un castello nel punto più alto (a circa 320 m s.l.m.) che consentiva un controllo strategico dello Stretto.
L’organizzazione urbana e gli edifici di culto
Era una vera e propria città fortificata, circondata da possenti mura che avevano una funzione difensiva: in caso di attacco dava rifugio sicuro alla popolazione proveniente dai borghi circostanti e a volte anche dalla vicina città di Reggio. Sulla rupe trovarono protezione personaggi noti, come lo stesso vescovo Annibale d’Afflitto, che nell’invasione Turca del 1594 vi trovò un sicuro rifugio. Numerose erano le chiese della città (protopapale di San Nicola, di Santa Maria del Soccorso, di Sant’Agata, di San Basilio Magno, di San Giorgio, dei Santi Quaranta, di San Leonardo, di Sant’Andrea de Latini, della Provvidenza e molte altre). Sorgevano anche le carceri, la casa del Governatore, spezierie, frantoi e botteghe. Le abitazioni erano realizzate con mattoni e pietre provenienti dalla vicina fiumara e molte di esse avevano le cisterne per la raccolta delle acque ed era presente un sistema di canalizzazione in tubi fittili.
Un territorio ricco di risorse naturali
Sant’Agata era il centro del potere di un territorio vastissimo, che nel periodo di massima espansione (XVII sec.) confinava a nord con la fiumara Calopinace, a sud con il torrente Valanidi e ad est si estendeva per tutti campi di Scranù e Sant’Agata. La ricchezza era l’esteso territorio ricco di boschi che forniva prezioso legname, pece e neve. Lungo gli argini della fiumara c’erano poi le grandi distese coltivate a gelsi per la produzione del baco da seta.
La cronaca dell’evento sismico
Alle 12:45 del 5 febbraio 1783 il terribile terremoto si abbatté sulla Regia città, distruggendola. «Fu poco oltre a un’ora dopo il mezzodì del 5 febbraio 1783 che nell’orologio del tempo si arrestava l’indice per la cittadina di Sant’Agata. Quella orrenda convulsione del suolo durò centoventi secondi. Ondulatorio il movimento sul principio, sussultorio in seguito, e nell’ultimo orribilmente vorticoso, che non lasciò fabbrica in piedi, aperse il suolo, sfranò i monti e perciò stesso scoronò gli orli delle rupi, sulle quali, per la niuna sicurezza politica de’ passati secoli, stavano fabbricate il più delle nostre vecchie terre». Così il De Lorenzo descrisse il terribile evento.
Il bilancio delle vittime e la leggenda mancata
A quel tempo la città contava, con tutti i sobborghi e villaggi, circa 2730 abitanti. Le vittime furono 124 e i danni furono valutati in 200.000 ducati. Quel giorno si stava celebrando la festa patronale della Santa catanese che diede il nome all’antica città ed era usanza che dopo la processione il popolo andasse in chiesa a baciare la reliquia, ma, per un caso, il rito venne rimandato alla sera, senza potersi mai compiere. Una tradizione orale narra che in quel momento si stesse celebrando un matrimonio nella chiesa di S. Nicola e che gli sposi e tutto il corteo nuziale perirono sotto le rovine.
La nascita di Gallina
Successivamente, con un Regio Decreto, Ferdinando II stabilì la ricostruzione della città nell’odierna Gallina e parte della popolazione fu obbligata ad emigrare destinando la collina di Suso ad uliveto.












