L’arte come luogo teologico, ad Acireale la riflessione di Giuliana Albano

L’evento conclusivo del XIII corso sui Beni Culturali Ecclesiastici della diocesi dello Stretto ha visto la prof.ssa Albano guidare il pubblico nella scoperta di come l’arte – nella sua piena dimensione teologica – diventi luogo vivo di rivelazione, partecipazione e rinnovamento comunitario
Acireale Arte e Fede Giuliana Albano

In un clima di ascolto e contemplazione, favorito dall’intervento della condirettrice della Scuola di Arte e teologia di Napoli, l’arte sacra ha manifestato la sua vocazione più autentica: “luogo reale” dove la fede si accoglie, si comprende e si condivide.

L’evento a Acireale e il contesto formativo

L’arte è uno «spazio reale dove la rivelazione è accolta, interpretata e quindi condivisa». È stata questa la riflessione centrale che stasera ha illuminato la Basilica dei Santi Pietro e Paolo di Acireale: l’atteso incontro, intitolato “L’arte come luogo teologico”, ha segnato il momento conclusivo e la sintesi spirituale del XIII corso di formazione “I Beni Culturali Ecclesiastici”. Questo apprezzato percorso formativo, finanziato con i fondi dell’8xmille alla Chiesa Cattolica e promosso congiuntamente dalla Diocesi di Acireale e dall’Associazione Cento Campanili APS, ha visto per mesi i partecipanti impegnati in un doppio binario di lezioni teoriche sulla teologia e la valorizzazione, e laboratori pratici di conservazione e restauro.



Il contributo della prof.ssa Giuliana Albano

A guidare il pubblico in questo affascinante dialogo è stata la prof.ssa Giuliana Albano, Condirettrice della Scuola di Alta Formazione in Arte e Teologia della Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale, introdotta da Maria Rosa Licciardello, presidente dell’associazione Cento Campanili Aps. Con un intervento appassionato, la prof.ssa ha immediatamente sgombrato il campo da un equivoco comune, quello che riduce l’arte sacra a una «Bibbia dei poveri». Non si tratta, ha sottolineato, di «fumetti alle pareti» pensati per chi non sapeva leggere, perché «quelle opere significano altro, vogliono dire qualche altra cosa». Ripercorrendo la sua stessa evoluzione di studiosa, ha raccontato di essere partita da una lettura puramente storico-artistica, limitata a «raccontare il pettegolezzo dell’artista», per poi scoprire la «necessità di leggere quella teologia che c’è dietro l’opera d’arte». È in questo passaggio cruciale, ha spiegato, che la “e” congiunzione diventa un verbo: «Arte è teologia».

Icona o idolo: la mappa della contemplazione artistica

La relatrice ha quindi offerto ai presenti una «mappa» per distinguere un’opera che apre al mistero da una che si chiude in sé. Ha evidenziato la differenza tra l’idolo, che «trattiene lo sguardo e lo chiude», e l’icona, che invece «rimanda a un oltre… Ci fa dire: ‘c’è altro’, ma con la A maiuscola». Per illustrare questo concetto, ha guidato il pubblico attraverso capolavori universali. Dal “Compianto” di Giotto, dove «l’incarnazione non è un’idea, è storia, con volti, gesti, lacrime», si è passati all’immagine simbolo dell’evento, la “Vocazione di San Matteo” di Caravaggio. In quella tela, ha spiegato la prof.ssa Albano, «quella luce… entra obliqua e taglia il buio della stanza. Chiama senza urlare», rappresentando la «verità di una grazia che inizia mentre siamo occupati».

La Prof.ssa Albano durante il suo intervento nella Basilica dei Santi Pietro e Paolo

Il laboratorio di sguardo e la partecipazione dello spettatore

L’incontro non si è limitato alla sola teoria: la seconda parte della serata, infatti, si è trasformata in un vero e proprio «laboratorio di sguardo», un esercizio pratico di lettura teologica applicato alla “Cena in Emmaus” dello stesso Caravaggio. I presenti sono stati invitati a seguire un metodo in quattro passaggi: «Vedere, ascoltare, contemplare e agire». L’analisi collettiva ha fatto emergere i dettagli dell’opera: l’ignaro locandiere in secondo piano, lo stupore dei discepoli e la centralità dei gesti di Cristo.

La prof.ssa Albano ha poi approfondito l’analisi, svelando la densità teologica nascosta in ogni dettaglio. Ha fatto notare come il presunto pollo al centro del piatto sia in realtà un «pavone», simbolo antico di resurrezione e incorruttibilità. Ha evidenziato come Cristo sia volutamente raffigurato imberbe, perché i discepoli «non lo riconoscono» se non nel momento culminante in cui compie il gesto della benedizione del pane». Lo stupore dei discepoli è fisico: uno «spalanca le braccia» in un gesto che ricorda «una quasi croce», mentre l’altro, insieme alla cesta di frutta in equilibrio precario, «sporge» dal tavolo e «invade proprio il bordo» dell’opera.

Questo espediente, ha concluso la relatrice, serve a «coinvolgere noi, lo spettatore». Non siamo semplici osservatori di un fatto passato, ma siamo chiamati a partecipare a un «invito liturgico». L’opera diventa «pittura sacramentale», dimostrando come la arte non sia mai solo decorazione, ma un luogo vivo dove la fede si genera, si riconosce e si rinnova. Un finale perfetto per un corso che ha rimesso al centro la «via della bellezza» come strumento essenziale di evangelizzazione.

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