Le chiese di Sant’Alessio in Aspromonte: la vendita del legname per il restauro del Seicento

S Alessio

La documentazione conservata nell’Archivio storico diocesano di Reggio Calabria offre uno spaccato dettagliato sulle procedure amministrative ed economiche adottate sul finire del XVII secolo per finanziare il restauro della chiesa parrocchiale di Sant’Alessio in Aspromonte. Di fronte alle lesioni strutturali dell’edificio, che ne compromettevano la stabilità e l’utilizzo da parte dei fedeli, la Curia arcivescovile optò per la valorizzazione del patrimonio boschivo locale della “Badia di S. Anna”, al fine di non gravare sulla popolazione del casale tramite la consueta raccolta di elemosine. Attraverso l’analisi degli atti d’asta e dei successivi controlli sui capitolati d’appalto, i documenti storici consentono di ricostruire non solo le fasi necessarie all’avvio dell’intervento edilizio, ma anche le precise dinamiche socio-economiche del tempo, profondamente connesse allo sfruttamento delle risorse forestali e al commercio del legname destinato alla vicina città di Messina.

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Il consolidamento dell’edificio sacro e la copertura economica

Il consolidamento della chiesa parrocchiale, ordinato dall’arcivescovo Ybanez da Villanova nel corso della visita pastorale del 1692, comportava un intervento che non poteva essere limitato soltanto alla facciata dove più evidenti erano le lesioni ma si presentava indifferibile per garantire la funzionalità e la sicurezza dell’edificio sacro. Da quanto emerge dalla documentazione dell’archivio parrocchiale conservata nell’Archivio storico diocesano reggino, il dissesto era già presente nell’anno 1684 quando il parroco D. Alessandro Nostro richiese l’autorizzazione della Curia arcivescovile per poter avviare le procedure necessarie per garantire la copertura economica dell’intervento. La somma stimata, indicata come sì è visto in cento trentanove ducati, non doveva provenire dalla raccolta di elemosine degli abitanti del casale, come avvenuto in altre situazioni nei casali vicini, ma poteva derivare dalle rendite del consistente patrimonio boschivo del beneficio della «Badia di S. Anna». I documenti ci consentono di ricostruire le modalità della procedura intrapresa per poter procedere alla vendita del legname, dei frutti e del carbone del patrimonio boschivo della parrocchia.

L’autorizzazione al taglio degli alberi e il bando di gara

Il parroco Nostro, ricevuta la stima dell’impegno economico necessario per eseguire i lavori, avanzò richiesta di autorizzazione alla «Sacra Congregazione degli Eminentissimi Signori del S.R. dei Cardinali del Consiglio di Trento» tramite l’arcivescovo Martino Ybanez da Villanova per poter «disradare e vendere l’alberi non bullari» del bosco di querce sito nella contrada Nasida. Ottenuta l’autorizzazione il giorno 18 novembre 1684, venne avviata la procedura, curata dalla Curia arcivescovile di Reggio, per la vendita del legno affiggendo l’avviso dell’asta «nei luoghi pubblici dei casali di S. Alessio, Schindilifà, Podargoni, Cerasi, S. Stefano, Laganadi, S. Roberto» invitando gli interessati a presentare offerta, entro le ore 16 (le ore nove del mattino secondo il sistema orario attuale) del 15 gennaio 1685, nell’atrio del Palazzo arcivescovile. Nel bando veniva indicata la quantità di legno indicando che si dovevano «lasciare in piede millecento novantasette ruguli (alberi di rovere) bollari» dei quali 218 erano «sopra via», 345 in località Ferrolongo, 110 a Zighi o Casafuri, 49 a Molovendre, 218 nella Valle della Maccia, 165 a Lavoca, 192 nella località Scido.

I capitoli d’appalto per il legname destinato a Messina

Vennero indicati i «capitoli, patti e condizioni» che regolavano l’appalto e che si possono così sintetizzare: a) chi comprava il legno del bosco tagliando gli alberi siti nella contrada Nasida, evitando di tagliare quelli vincolati da contratti di censo, poteva esercitare il diritto acquisito per il tempo di 8 anni ma doveva saldare la cifra convenuta entro 6 anni e il legno rimasto a terra restava a beneficio della chiesa; b) le ghiande prodotte da tutti gli alberi del bosco erano di pertinenza della chiesa e del parroco «col peso che li conduttori possano ingrassare 6 porci solamente»; c) i pagamenti sarebbero stati effettuati alla Corte arcivescovile versando cento ducati in tre rate entro il primo anno (30 ducati alla firma del contratto, altri 30 entro il 15 marzo, altri 40 entro il mese di aprile e la somma di ducati 60 a rate nei sei anni successivi con tre scadenze coincidenti con i giorni di S. Martino, di Natale e di Pasqua; d) il taglio doveva essere fatto con «ogni diligenza affinché nel cascare non si faccia danno all’alberi bullari» precisando che se non fatto da persona esperta il danno conseguente sarebbe stato soggetto a stima per determinare l’eventuale rimborso; e) la sistemazione delle strade toccava ai compratori prevedendosi anche una somma di 20 ducati da versare al cappellano della chiesa nel corso degli otto anni indicati; f) si prevedeva che nel caso di difficoltà insorte nel trasporto del carbone prodotto e del legname a Messina il pagamento potesse essere effettuato nel tempo di otto anni. Quest’ultima indicazione ci conferma che in quegli anni le risorse economiche dei casali delle vallate montane aspromontane dello Stretto derivavano, oltre alla produzione serica, dalle diverse forme di utilizzo dei prodotti forestali richiesti in prevalenza nella vicina città di Messina.

Lo svolgimento dell’asta pubblica a candela

Il verbale dell’asta pubblica si svolse con la ritualità tipica di quegli anni attuandosi la procedura dell’accensione della candela gestita dall’incaricato Arcudi. La prima offerta fu fatta da Pietro Morabito del casale di S. Alessio che offrì ottocento venticinque scudi. Si presentò poi Francesco Suraci che offrì ottocento trenta scudi. L’offerta successiva fu quella di Francesco Caracciolo con ottocento trentasei scudi. Si presentarono poi Pietro Nunnari, Mario Musicò e Giuseppe Nunnari che, unendosi ai precedenti, offrirono ottocento quaranta scudi. Non essendo stata presentata altra offerta, consumatasi la candela, l’appalto venne aggiudicato ai migliori offerenti alla presenza del Vicario generale can. Giuseppe Bosurgi e di D. Marcello Tripepi, D. Teodoro Santagata e altri.

Le violazioni contrattuali e i risarcimenti per gli alberi abbattuti

Il ricavato consentì di eseguire la ricostruzione della chiesa nella contrada S. Cipriano (come rilevasi dalla Platea dei beni) ma, otto anni dopo, nel febbraio 1693 avendo rilevato che erano state disattese alcune condizioni contrattuali D. Pietro Cimino della Curia arcivescovile convocò due periti, mastro Francesco Zoccali e Mario Antonio Romeo del casale di S. Stefano, a fare un sopralluogo nel bosco di querce della Badia di S. Anna. Il giorno 11 febbraio essi, alla presenza dell’arciprete di Calanna, D. Francesco Princi, di D. Pietro Cimino e dell’abate D. Giovan Battista Zirilli, parroco di S. Alessio, e di due testimoni, Domenico Carrozza e Domenico Musicò, si portarono nel bosco dove i periti nominati valutarono i danni fatti ai 1361 alberi non compresi nella vendita. Si attivò la Corte arcivescovile e i responsabili furono condannati a pagare all’economo della Curia, D. Giovan Domenico Candela, i danni valutati in ducati 52, tarì 1 e grana 18. Nei primi anni del Settecento, una platea dei beni con l’elenco dei censi e legati per messe a favore della parrocchia, riportava ben 63 censi su giardini siti nelle contrade Cipriano, Gurrari, Zazano, Molovendre, La baronessa, Lamello, La Praca Lo Sciccio, Milissari, Nasidi, Paja, Russo, S. Giovanni, Sancivino, S. Pietro, Savriano, Suraconi, e sulle case in S. Alessio di Giando Mallimo e di Andrea Furfari. (continua)

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