L’Epifania è l’umanità che si china sulla culla

Il racconto evangelico presenta la figura dell’uomo in ricerca che va in crisi e sa riconoscere la Gloria di Dio nell’umile grotta
Epifania

Vengono da lontano, cercano, ma non lo trovano. Gerusalemme sembra addormentata; non sa nulla di questa nascita e non comprende, ma all’improvviso si sveglia perché in realtà, qualcuno che sa, c’è

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La tradizione del presepe mostra i re Magi come segno dell’universalità dei credenti: vengono da lontano, mossi da una stella; uno porta oro, segno di regalità, uno incenso, segno di onore divino, uno mirra, segno di sofferenza e di passione. Ci sono proprio tutti ed è necessario che ci siano tutti; ne mancasse uno, mancherebbe qualcosa alla rivelazione del mistero di Gesù.

I Magi e il senso dell’Epifania

Così, ammirando i Magi, comprendiamo meglio il senso dell’Epifania: veniamo da un unico padre, Adamo; e cresciamo verso un unico corpo, Cristo. La distanza tra Gerusalemme e Betlemme è di soli otto chilometri. Tuttavia, i sacerdoti e i sapienti, che pure conoscono perfettamente le Scritture, non accompagnano i Magi per verificare se la promessa si è compiuta. Solo questi stranieri, pagani, che hanno percorso duemila chilometri, incontrano il Bimbo e riconoscono il suo mistero. Dunque, per incontrare Dio non è sufficiente aderire a una religione. Quello che è necessario, è avere il cuore ferito da una ricerca, magari vana.

L’uomo religioso può invece avere costruito un sistema di sicurezze che affievoliscono la sua ricerca. Mentre il mondo intero è immerso nelle tenebre, Isaia vede Gerusalemme, alta sul colle di Sion, illuminata dalla gloria di Dio; lo splendore della città di Dio si riflette sul mondo intero e muove tutti i popoli a mettersi in cammino, come pellegrini, verso la città santa. È l’immagine di una vitalità immensa; c’è di tutti: uomini che vengono da lontano, dalle zone lontane dell’Arabia e dello Yemen; cammelli e dromedari che permettono di attraversare i deserti aridi; oro e incenso, segni di ricchezza. Sembra che la vita prorompa vittoriosa, irresistibile.

In cammino verso Gerusalemme

In realtà la città che il Profeta ha davanti agli occhi, la Gerusalemme degli anni immediatamente successivi al ritorno dall’esilio, è una piccola città, economicamente povera, politicamente serva, priva di libertà e di autonomia. Ma è pur sempre la città di Dio; e basta quello perché gli occhi del profeta vedano una bellezza nascosta e proclamino un destino di gloria. Tutti i popoli, tutte le razze si riuniscono in quella città e trovano nel Signore motivo di esultanza e forza di comunione. I popoli e i re che vengono da lontano non sono attirati da Gerusalemme, ma da Dio; e non celebrano la forza e la bellezza di Gerusalemme, ma proclamano le glorie del Signore.

Dobbiamo partire di qui per apprezzare il pellegrinaggio che alcuni sapienti, i magi, venendo dall’oriente misterioso e affascinante, vanno verso Gerusalemme. È Gerusalemme la città del grande Re. Vengono da lontano, cercano, interrogano. Ma non trovano; Gerusalemme sembra addormentata; non sa nulla di questa nascita e non sa spiegarsi cosa stia accadendo; all’improvviso si sveglia e si trova disorientata. In realtà, qualcuno che sa, c’è. Sono i sacerdoti e gli scribi, scrutatori delle Scritture che conoscono bene i profeti.

Un Re bambino

Uno di loro, Michea, settecento anni prima aveva annunciato la nascita del re d’Israele e, meraviglia, l’aveva collocata non a Gerusalemme, nella capitale, ma un poco distante, a Betlemme, una decina di chilometri a sud, nella città che era stata di Davide. Allora bisogna scendere verso Betlemme, spostarsi, anche se di poco. La meta, adesso, non è più una città, ma è un bambino: piccolo, debole, inerme. Ma la luce di Dio risplende su di lui; fino a lui i magi sono condotti dalla stella; davanti a lui i magi si prostrano e a lui offrono i doni delle nazioni: oro, incenso, mirra; l’oro che onora il re; l’incenso che venera la rivelazione di Dio; la mirra che trasforma la sofferenza in sacrificio gradito a Dio.

Ammiriamo dunque l’adorazione dei magi. Ma dobbiamo aprire gli occhi del cuore e guardare bene: non si tratta solo di un evento lontano; non si tratta di un sogno. È quello che stiamo vivendo in questo momento. Siamo noi i magi, venuti da ogni parte del mondo per adorare il nostro Dio: alcuni da vicino; altri da lontano, da ogni parte del mondo. Al centro sta Gesù, il bambino: è lui che ci raccoglie e ci unisce, che crea e consolida un legame di fraternità fra tutti noi, che ci raccoglie come suo popolo. A lui portiamo in dono le nostre ricchezze, noi stessi; nella convinzione che lui è degno di governare la nostra vita e che la nostra vita, governata da lui, diventa una creazione di giustizia e di pace.

La stella che guida tutti

Siamo contenti di servire Gesù; siamo stupiti di riconoscere nella sua piccolezza il segno dell’amore di Dio che ci ha cercato e che ama ciascuno di noi individualmente. È interessante che la stella che ha guidato il viaggio di andata dei Magi sembra poi scomparire, quasi abbia esaurito la sua funzione. La Stella doveva indicare il Messia, e una volta che lo ha indicato non ha più motivo di esistere, perché la luce vera, quella che illumina ogni uomo, è il piccolo Bambino di Betlemme. C’è un luogo nel mondo abitato dalla luce di Dio: questo luogo è l’umanità di Gesù.

Un bambino come gli altri ma sul quale si ferma la gloria di Dio, e a partire dal quale la gloria di Dio si riversa sugli uomini, su tutti gli uomini. Questi vecchi uomini, invece, portano doni, non per comperare il favore di un potente, ma per esprimere la loro gioia per l’incontro con l’Atteso, anche se questi è un bimbo, figlio di due poveri. «E oggi il nostro pensiero va – come scrive papa Francesco nel Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace – in modo particolare ai bambini che vivono nelle attuali zone di conflitto, e a tutti coloro che si impegnano affinché le loro vite e i loro diritti siano protetti.

Tale testimonianza è quanto mai preziosa per il futuro dell’umanità. Penso che in questo giorno ogni uomo, che ricerca sinceramente il bene e il vero, possa sentire una dolcezza nuova, se offre il suo dono, quello che il suo cuore gli suggerisce, quel piccolo gesto di generosità o di umiltà, nel quale però si riassume la vita. Non è necessario aver chiaro tutto: ma una luce, piccola come una stella, fa la differenza, se si è fatta l’esperienza della notte».

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