L’anniversario della pubblicazione dell’esortazione apostolica offre l’occasione per tornare a riflettere su uno dei pilastri del magistero di Jorge Mario Bergoglio. A otto anni da quel 9 aprile 2018, il testo si presenta oggi con la forza di un testamento spirituale, specialmente dopo la scomparsa del Papa avvenuta il 21 aprile 2025. Il documento traccia un percorso che sottrae la ricerca della perfezione cristiana ai circuiti dell’eccezionalità per riconsegnarla alla vita quotidiana, definendo quella “santità della porta accanto” che ha caratterizzato l’intero pontificato. In un tempo segnato dal passaggio di testimone a Leone XIV e dalle celebrazioni giubilari, la rilettura di queste pagine permette di focalizzare nuovamente lo sguardo sulle Beatitudini come argine alle derive dottrinali e ai personalismi, invitando ogni credente a riscoprire il valore del discernimento nelle piccole scelte di ogni giorno.
La visione della santità nella vita quotidiana
Otto anni fa, il 9 aprile 2018, la Sala Stampa della Santa Sede rendeva pubblico un documento che Papa Francesco aveva firmato qualche settimana prima; il titolo, Gaudete et Exsultate – Rallegratevi ed esultate – era tratto dal Vangelo di Matteo, e il tema era la santità, tema miliare nel pontificato del Papa argentino, che ha sempre proposto a tutti noi la “santità della ferialità”, quella di chi ogni mattina si alza e cerca di fare bene le cose ordinarie. L’esortazione apostolica torna oggi alla coscienza dei lettori in un contesto diverso da quello della sua pubblicazione: Francesco è morto il 21 aprile 2025, e il documento, riletto a distanza, potrebbe acquistare quasi i contorni di un testamento spirituale, perché Gaudete et Exsultate è il testo in cui Bergoglio ha messo a fuoco più compiutamente la propria visione dell’esistenza cristiana, il punto di arrivo di una riflessione cominciata decenni prima, quando era ancora un gesuita in terra argentina.
I rischi dello gnosticismo e del pelagianesimo
L’incipit del documento è l’analisi dello status quo, in particolare di due tendenze – lo gnosticismo e il pelagianesimo contemporanei – che Papa Francesco ha definito come i nemici più insidiosi della vita spirituale. Il primo consiste nel ridurre la fede a dottrina, a sistema, a intellettualismo che non tocca la carne della vita quotidiana. Il secondo è il suo contrario apparente: la volontà di autocostruirsi, di meritare la salvezza con le proprie forze, di trasformare la vita cristiana in una raccolta punti, puntando sulla propria performance di super-credente. Chiaramente, ora come nel 2018, queste due linee di pensiero appartengono alla cultura dominante: lo gnosticismo riaffiora in certi ambienti che identificano l’ortodossia con la correttezza formale; il pelagianesimo, in quella diffusa ossessione per il miglioramento di sé che pervade le piattaforme digitali (e non solo).
Le Beatitudini come carta d’identità del cristiano
Contro entrambi, Francesco propone la stessa risposta: le Beatitudini, «la carta d’identità del cristiano», e precisa che «la parola “felice” o “beato” diventa sinonimo di “santo”, perché esprime che la persona fedele a Dio e che vive la sua Parola raggiunge, nel dono di sé, la vera beatitudine». Non è un dettaglio secondario che il documento sia stato scritto durante un anno giubilare (quello straordinario della Misericordia), e che il Giubileo del 2025 – aperto da Francesco e proseguito con Leone XIV – abbia avuto come tema la speranza. C’è una perfetta continuità tra i due temi, infatti la santità ordinaria è già, di per sé, una forma concreta di speranza vissuta.
Il discernimento nelle scelte di ogni giorno
Il quinto capitolo è quello che ci piace più riprendere perché è il più operativo. Riguarda il discernimento, e contiene un’affermazione che smonta certi approcci eccessivamente spiritualoidi: il discernimento «non è una pratica da riservare solamente ai momenti importanti della nostra vita, ma ci serve sempre e anzi, soprattutto, nelle azioni quotidiane, nelle “piccole situazioni”». Quindi non è un add-on riservato agli spiritualmente avanzati, chiarisce Francesco, piuttosto una capacità che si coltiva nella preghiera, nella lettura, nel buon consiglio. Anche qui, come del resto in tutto il documento, si riconosce lo stesso movimento: restituire alla vita comune ciò che la cattiva lettura della tradizione aveva riservato a pochi. Gaudete et Exsultate chiede ancor oggi a ciascuno di non accontentarsi di «un’esistenza mediocre, annacquata, inconsistente»; a otto anni dalla pubblicazione, e a pochi giorni dal primo anniversario della morte del suo autore, fa bene al cuore e alla vita di fede recuperare uno dei documenti più importanti di Bergoglio, un testo che non è riservato ai soli teologi, ai soli vescovi, ma a tutti quelli che Francesco chiamava i santi «della porta accanto».













