L’indimenticabile Montessori, il bambino al centro della pace

Maria Montessori

Il 6 maggio ricorre l’anniversario della scomparsa di Maria Montessori, morta nel 1952 a Noordwijk aan Zee, nei Paesi Bassi. A distanza di decenni, la sua visione pedagogica, nata nel 1907 nel quartiere popolare romano di San Lorenzo con la prima Casa dei Bambini, mantiene un’intatta rilevanza nel dibattito contemporaneo. Il metodo montessoriano, incentrato sul rispetto dei tempi e della vita interiore del fanciullo, offre ancora oggi una prospettiva concreta per affrontare le disuguaglianze scolastiche e la povertà educativa, estendendo la sua riflessione fino al legame tra istruzione, costruzione della pace civile e, in una veste meno esplorata, formazione spirituale.

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Dalle periferie romane alla sfida contro l’emarginazione infantile

Morì lontano da Roma, il 6 maggio 1952, a Noordwijk aan Zee, nei Paesi Bassi, ma per capire Maria Montessori bisogna tornare a Roma, in un quartiere popolare: il 6 gennaio 1907, a San Lorenzo, aprì la prima Casa dei Bambini…il nome era tutto un programma: guardare l’infanzia come un soggetto da ascoltare, con tempi, mani, intelligenza e vita interiore propri. A 74 anni dalla morte (oggi ricorre l’anniversario della scomparsa), Montessori resta attuale perché la scuola si interroga ancora su povertà educativa, disuguaglianze e fatica delle famiglie…la sua esperienza nacque in mezzo a bambini che rischiavano di restare ai margini, per questo il suo metodo, spesso associato oggi a percorsi educativi selettivi, porta con se una domanda: che cosa accade se l’ambiente migliore, la cura più attenta e la fiducia più alta vengono offerte anzitutto a chi ha meno?

La portata civile dell’apprendimento e i diritti dei più piccoli

La sua pedagogia mise il bambino al centro senza isolarlo dal mondo: l’ordine della classe, i materiali, il silenzio, l’autonomia, la responsabilità verso gli altri avevano una portata civile; così Montessori legò l’educazione alla pace ben prima che questa tematica entrasse nell’offerta formativa della scuola. Fu candidata al Nobel per la pace nel 1949, 1950 e 1951, ma per lei la pace cominciava nel modo in cui l’adulto si dispone davanti al bambino: osservando, preparando l’ambiente, rinunciando a dominare ogni gesto, spalancando il cuore insomma. Questa intuizione parla anche al linguaggio dei diritti dell’infanzia, che il Novecento avrebbe poi riconosciuto in forma giuridica: il bambino entra nella scena educativa come persona da prendere sul serio; in aula, ciò significa rispettare il ritmo di apprendimento e riconoscere che la crescita coinvolge corpo, mente, relazioni e libertà.

La liturgia a misura di fanciullo e il dialogo con la fede

C’è anche, poi, una Montessori meno ricordata, importante però per leggere il rapporto tra fede e infanzia: nel 1922 pubblicò “I bambini viventi nella Chiesa”, dedicato all’educazione religiosa…il suo interesse per la liturgia a misura di bambino avrebbe trovato seguito, dopo la sua morte, nella Catechesi del Buon Pastore, nata a Roma nel 1954 con Sofia Cavalletti e Gianna Gobbi, in dialogo con la tradizione montessoriana. Al centro, ovviamente, c’è l’idea che il bambino possa accostarsi al mistero con serietà, attraverso il gesto, il segno, il racconto biblico, il silenzio, l’ascolto. Maria Montessori propone alla scuola e alle agenzie educative di oggi più un criterio che una ricetta, del resto una società si comprende da come tratta i bambini, soprattutto quelli meno garantiti: quanto spazio reale viene concesso alla loro voce?

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