In occasione della Giornata dell’Unità nazionale, si rinnova il dibattito storico e politico sulle conseguenze del processo di unificazione per il Mezzogiorno d’Italia. Il giornalista e scrittore Pino Aprile, coautore con Luca Antonio Pepe del volume “Meglio Soli”, propone in questa intervista un’analisi delle differenze infrastrutturali ed economiche tra le regioni settentrionali e quelle meridionali. Attraverso l’esame dei dati sulla distribuzione delle risorse pubbliche, Aprile descrive un divario persistente, inquadrando il Sud come una “colonia interna” e sollevando criticità sia sulle decisioni politiche del passato sia sui provvedimenti attuali, come l’autonomia differenziata, per poi concludere con una riflessione sul ruolo delle nuove generazioni.
Il dibattito sull’Unità d’Italia e le riflessioni sul Mezzogiorno
A centosessantacinque anni dall’Unità d’Italia, il rapporto tra Stato e Mezzogiorno resta un nodo aperto, tra memoria storica, squilibri ancora evidenti e visioni contrapposte sul futuro del Paese .In occasione della Giornata dell’Unità nazionale, della Costituzione, dell’inno e della bandiera, che si celebra oggi 17 marzo, torna al centro del dibattito il significato stesso dell’Unità d’Italia e le sue conseguenze nel tempo. Ne parliamo con Pino Aprile, giornalista e scrittore da anni impegnato a rileggere la storia dell’unificazione da una prospettiva meridionale. Nel suo ultimo libro, Meglio Soli, scritto insieme a Luca Antonio Pepe, Aprile lancia un j’accuse contro le disuguaglianze storiche e attuali che, secondo gli autori, continuano a penalizzare il Sud. Attraverso dati, analisi e una narrazione volutamente provocatoria, il saggio descrive un Mezzogiorno trattato come una “colonia interna”, costretto a fare i conti con carenze strutturali, migrazione sanitaria e una distribuzione delle risorse ritenuta iniqua.
Il 17 marzo si celebra l’Unità nazionale. Lei però ha spesso raccontato una lettura molto critica del processo di unificazione, soprattutto per quanto riguarda il Mezzogiorno. Qual è oggi la sua visione?
Hanno unificato, con le armi, uno Stato e diviso gli italiani, fra una parte, il Nord, destinataria delle risorse nazionali e una parte, il Sud, ridotto a colonia interna. Basti pensare che, nella sola Lombardia, circa l’8 per cento del territorio italiano e 10 milioni di abitanti, con i soldi di tutti, ci sono più corse di treni che in tutte le regioni del Sud messe insieme, oltre il 41 per cento del territorio nazionale e 20 milioni di abitanti. E così per strade, scuole, aeroporti, università, sanità… Un metodo che apparve subito coloniale, tanto che la letteratura italiana preunitaria era tutta per l’Unità, prima che si facesse e divenne antiunitaria quando si vide a cosa si riduceva quella parodia di patriottismo.
Nei suoi libri lei parla spesso di “questione meridionale” come di un divario mai realmente risolto. A 165 anni dall’Unità d’Italia, quali sono secondo lei le cause principali che continuano a frenare lo sviluppo del Sud?
L’economia italiana si regge sull’esistenza della colonia interna Sud; un sistema che era funzionale alla diffusione della civiltà industriale. Anche altri Paesi, a partire dalla Gran Bretagna, costruirono così la propria ricchezza, ma oggi la civiltà è informatica e questo sistema è il passato. Ma il Nord è ormai abituato a vivere di economia parassitaria e ricorre a cantieri (Mose: due euro di mazzette ogni tre di spesa), Expo (18 miliardi dal resto d’Italia per “produrre” 400 milioni e un deficit di 200, ripianato da enti pubblici), Olimpiadi invernali “a costo zero” costate 7 miliardi drenando risorse dal resto del Paese… Il divario continua a crescere ed esploderà con l’Autonomia differenziata.
A proposito di “colonia interna”, nel suo ultimo libro Meglio Soli torna il tema di un Sud trattato come colonia interna. Che cosa intende con questa espressione e quali cambiamenti politici, economici o culturali sarebbero necessari per uscire da questa condizione?
Colonia interna è un territorio e una popolazione di uno stesso Stato, condannati a pagare le stesse tasse (si pagano in base al reddito, non alla residenza, come millantano i razzisti padani), senza ricevere in cambio i diritti sanciti dalla Costituzione e le leggi. L’ente di Stato Conti Pubblici territoriali certifica che ogni anno, circa 70 miliardi destinati per legge al Sud sono dirottati al Nord. In “Meglio soli”, che ho scritto con il legislativo parlamentare Luca Antonio Pepe, si documentano i trucchi con cui il parlamento e gli enti pubblici compiono questa “distrazione di fondi”.
Da questo situazione si esce solo in due modi: l’equità, pari diritti reali, ma la vedo difficile con un partito razzista al governo, il cui segretario, vice presidente del Consiglio, Salvini, è condannato definitivo per razzismo contro i napoletani e Calderoli a ridisegnare la struttura costituzionale, nonostante sia stato anni sotto processo per razzismo, condannato il primo e secondo grado, salvato dalla prescrizione; oppure, ed è la cosa più probabile, con la secessione del Sud. Si spera incruenta (quando le disuguaglianze superano quota 40 nel coefficiente di Gini che le misura, scoppia la violenza. E noi ci siamo vicinissimi).
Guardando alle nuove generazioni meridionali – spesso costrette a emigrare per studio o lavoro – vede segnali di riscatto o il rischio che il divario tra Nord e Sud continui ad allargarsi?
Al Sud, ma un po’ anche al Nord, c’è sempre maggiore coscienza di questa colossale iniquità. I giovani fanno confronti con il resto del mondo. Sono la speranza, spesso ritornano carichi di esperienze notevoli e le trapiantano al Sud. La narrazione falsa e razzista di un Sud arretrato e irredimibile non regge più. Bisogna vedere se questo risanamento delle coscienze e della storia sanerà i danni di oltre un secolo mezzo, prima che l’insofferenza e la rabbia portino alla secessione.











