La dichiarazione sull’eutanasia “Iura et bona”, promulgata nel 1980 dalla Sacra Congregazione per la Dottrina della Fede, continua a rappresentare un punto di riferimento nel complesso dibattito contemporaneo sul fine vita. In un contesto in cui la legislazione italiana e quella internazionale si confrontano apertamente con le istanze legate al suicidio assistito e all’eutanasia, il documento vaticano offre una chiave di lettura basata sul rifiuto dell’accanimento terapeutico e sul ricorso alle cure palliative. L’analisi del testo, a quasi cinquant’anni dalla sua pubblicazione, permette di ripercorrere la continuità del magistero della Chiesa fino agli interventi più recenti, evidenziando le differenze sostanziali tra l’accompagnamento del malato proposto dal mondo cattolico e le normative progressivamente più estensive adottate o in via di discussione in diverse nazioni.
Il dibattito sul fine vita e l’attualità del documento del 1980
Il 5 maggio del 1980 la Sacra Congregazione per la Dottrina della Fede pubblicò Iura et bona, una dichiarazione sull’eutanasia approvata da Giovanni Paolo II. Allora in Italia non esistevano leggi regionali sul fine vita, in Belgio e Olanda l’eutanasia era ancora pratica clandestina, nessuno parlava di Corte Costituzionale e men che meno di suicidio assistito, ma oggi, 46 anni dopo, quel piccolo testo torna sotto i riflettori. Non possiamo astenerci da una rilettura per la lucidità con cui la Dichiarazione anticipa categorie e parole d’oggi…già allora metteva in guardia da chi parlava di «diritto alla morte», inteso come diritto di farsi procurare il decesso, e contrapponeva a quella tesi un cammino diverso: la rinuncia all’accanimento terapeutico, l’uso proporzionato dei mezzi, l’attenzione al dolore. Il binomio è ancora valido a distanza di quasi mezzo secolo: no all’eutanasia, sì all’accompagnamento nel dolore.
La continuità del magistero pontificio sulle cure palliative
Da quel testo in poi la linea del magistero è stata sempre una linea retta: Evangelium vitae nel 1995, Samaritanus bonus nel 2020, Dignitas infinita nel 2024…fino a Leone XIV che ha raccolto il testimone: il 9 gennaio, davanti agli ambasciatori, ha chiesto di rispondere alla fragilità con cure palliative e solidarietà concreta, ha dichiarato che l’eutanasia è una delle «forme di illusoria compassione» da evitare. Poche settimane prima il messaggio era stato anche personale, infatti a dicembre, da Castel Gandolfo, il Papa originario dell’Illinois si è detto deluso della scelta del governatore di firmare la legge sul suicidio assistito nel suo Stato; in Vaticano, raccontò, gli aveva chiesto di non farlo, in nome della «sacralità della vita, dall’inizio alla fine».
Il quadro normativo frammentato tra l’Italia e l’estero
In Italia il quadro è molto frammentato: dopo la sentenza 242 del 2019 sul caso Cappato-Antoniani, sedici persone hanno ottenuto il via libera al suicidio medicalmente assistito, altre nove hanno scelto di andare in Svizzera. Poi la legge toscana, in parte confermata dalla Consulta, e quella sarda hanno aperto una stagione di iniziative regionali, mentre il ddl della maggioranza è tornato in Commissione al Senato senza arrivare in aula. Lo sguardo oltre confine completa il quadro, Belgio e Olanda hanno esteso l’eutanasia ai minori e a chi soffre di patologie psichiatriche, il Canada discute l’allargamento ai malati di mente, Spagna e Portogallo hanno legiferato, il Regno Unito sta legiferando.
Il rischio generalizzazione e la proposta della medicina del dolore
Iura et bona avvertiva: una volta accolto in via di eccezione, il principio tende a generalizzarsi…del resto è uno dei principi delle finestre di Overton. Del 1980 resta una proposta: la Chiesa chiede di rispondere alla sofferenza dei malati gravi con la prossimità e la medicina del dolore, è un programma in cui credere.













