Maria Chindamo, la rivelazione di un pentito: «Fu fatta a pezzi»

Data in pasto ai maiali. Maria Chindamo non è vittima di ‘lupara bianca’, ma della ’ndrangheta. Ne è convinto Antonio Cossidente, detenuto di lungo corso e da qualche anno collaboratore di giustizia: a raccontargli la storiaccia che riguarda l’imprenditrice calabrese è stato Emanuele Mancuso, rampollo di uno dei casati criminali più potenti d’Italia. Figlio di Pantaleone, detto l’Ingegnere, Emanuele Mancuso ha deciso anch’esso di pentirsi. Cossidente e Mancuso si sono conosciuti a Paliano, l’istituto di pena destinato ai pentiti.

Scricchiola così il muro di omertà attorno alla ’ndrangheta a tal punto che fatti efferati co- me l’omicidio Chindamo cominciano a delinearsi nei contorni più tenebrosi. Riavvolgendo il nastro giudiziario, bisogna tornare al maggio del 2016. Maria Chindamo non rientra a casa: quello che è un mistero per gli inquirenti appare da subito molto chiaro ai suoi figli e al fratello Vincenzo, che in questi anni non hanno mai smesso di chiedere giustizia supportati da Libera. I dubbi sulle indagini della famiglia Chindamo partono dalla posizione di Salvatore Ascone, ‘u pinnularu’. Un narcos di Calabria al soldo dei Mancuso che fa la voce grossa a Laureana di Borrello, dove Maria Chindamo vive la sua attività di imprenditrice agricola.

Non mancano, da subito, gli indizi che conducono al boss. Fu arrestato nel 2019 (ma scarcerato dal Riesame) per aver manomesso il sistema di videosorveglianza dei terreni di proprietà della Chindamo. Un intervento, il suo, ritenuto però marginale dagli inquirenti. La prima pista seguita, infatti, fu quella del movente passionale: l’ex compagno di Maria si era suicidato in seguito alla separazione dei due. In realtà ad armare la mano dei killer furono gli interessi. Come ribadisce Cossidente interrogato dalla procura di Catanzaro. «Mancuso mi disse – riportano i verbali – che per la scomparsa della donna, avvenuta qualche anno fa, c’era di mezzo questo Pinnularu che voleva acquistare i terreni della donna, in quanto erano confinanti con le terre di sua proprietà».

Ascone voleva i terreni di Chindamo. E voleva concludere l’affare in modo tale da renderli intoccabili: pagamenti in contanti e scatole cinesi per evitare un eventuale sequestro in virtù dei suoi precedenti da trafficante di droga. «Ascone – ha dichiarato Emanuele Mancuso nel corso di un interrogatorio – aveva interesse ad acquisire i terreni di proprietà dei vicini e, per timori circa possibili misure di prevenzione nei suoi confronti, era solito pagare prima in contanti, per evitare la tracciabilità dei pagamenti, lasciarli formalmente intestati agli originari proprietari, per acquisirli successivamente attraverso l’usucapione».

Maria Chindamo, però, non ha mai ceduto alle pressioni, rifiutando la vendita. Firmando la sua condanna a morte da parte di Ascone e dei suoi sodali. Così il piano fu studiato nei minimi dettagli. Depistaggi e alibi. E l’occultamento del cadavere: «Mi disse che la donna venne fatta macinare con un trattore o data in pasto ai maiali» riferisce Cossidente rispetto ai racconti di Mancuso. Una pratica assodata nei clan per eliminare le tracce dei cadaveri come documentano decine di inchieste alcune delle quali firmate da Nicola Gratteri che ha acquisito le deposizioni di Cossidente e Mancuso con l’intenzione di riaprire le indagini sul caso-Chindamo come confermano dalla Procura di Catanzaro.

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