Per i Salesiani è la festa dell’anno per eccellenza così come per i più piccoli che quel carisma lo vivono e trasportano ogni giorno. E non poteva che essere l’Istituto Maria Ausiliatrice ad accogliere monsignor Fortunato Morrone per questo carico di energia e condivisione.
Una festa di famiglia, vissuta con la gioia tipica del carisma salesiano, ha accolto sabato l’arcivescovo Fortunato Morrone all’Istituto Maria Ausiliatrice di Reggio Calabria. In occasione della solennità di San Giovanni Bosco, il presule ha presieduto la celebrazione eucaristica nella Palestra della struttura, circondato dalla comunità educante, dalle Figlie di Maria Ausiliatrice guidate dalla direttrice suor Franca Bucci, dagli studenti coordinati da suor Paola Di Palo, dai giovani dell’oratorio e dalla comunità parrocchiale di San Pio X, rappresentata dal parroco don Gianni Licastro. Al centro della riflessione del presule pitagorico, un invito alla fiducia reciproca tra generazioni diverse e la scommessa educativa (così cara al santo torinese) che non si accontenta del minimo indispensabile.
Don Bosco «un discepolo esemplare»
L’arcivescovo ha esordito sottolineando come la ricorrenza sia un momento di gioia per chi ha scelto di camminare sulle orme di Cristo guardando all’esempio del santo dei giovani; don Bosco, infatti, viene indicato come un «discepolo esemplare» capace di compiere grandi opere perché «si è fidato di una parola di Gesù». Rivolgendosi direttamente ai ragazzi e ai genitori presenti, monsignor Morrone ha richiamato il passo del Vangelo di Giovanni in cui Gesù afferma che i suoi discepoli faranno «cose più grandi» di lui: questa promessa, chiarisce Morrone, è il segno che «Gesù non ci prende in giro» e nutre una «fiducia immensa» nelle capacità dei più piccoli.
Nel corso dell’omelia, il presule ha messo in guardia il mondo adulto dal rischio di diventare un ostacolo: riprendendo il concetto evangelico di scandalo, ha spiegato che il termine greco skandalon indica proprio «ciò che ti impedisce di camminare»; da qui un chiaro ammonimento: «non impedite ai piccoli di crescere». Monsignor Morrone ha invitato a non cedere alla tentazione di lamentarsi dei giovani d’oggi, ma piuttosto di riconoscere che spesso le difficoltà che essi vivono sono responsabilità delle generazioni precedenti. Gesù riparte proprio dai piccoli, da chi nella società del suo tempo non aveva valore, perché il bambino è costretto a fidarsi e non ha la presunzione di chi si crede padrone del mondo.
Una scuola per crescere insieme e formarsi
Un altro passaggio significativo ha riguardato la dinamica scolastica ed educativa, usata come metafora della crescita spirituale e umana: attraverso un dialogo diretto con alcuni ragazzi, l’arcivescovo ha stigmatizzato l’atteggiamento di chi invita ad accontentarsi di un risultato mediocre quando si potrebbe aspirare all’eccellenza. Dire a un ragazzo «accontentati» significa impedirgli di crescere, mentre l’educatore vero, sull’esempio di don Bosco, deve alzare l’asticella e puntare «sul meglio di loro». La fede in Gesù, infatti, non chiede semplicemente il bene, ma il meglio, perché il Vangelo «è a misura del tuo cuore».
La conclusione dell’omelia dell’arcivescovo di Reggio Calabria – Bova si è concentrata sulla “fatica educativa”, definita come un’alleanza necessaria che richiede presenza e, talvolta, la capacità di pronunciare dei “no” motivati che diano senso ai “sì”. La sfida lanciata ai giovani è quella di superare i propri padri e le proprie madri: «se voi non fate più dei vostri genitori, che figli siete?». La santità, dunque, non è altro che la risposta di chi si fida di Dio perché ha compreso che Dio per primo si fida di lui. È questa la bellezza della vita cristiana celebrata sabato nella palestra dell’Istituto Maria Ausiliatrice: accogliere una stima che spinge a non accontentarsi mai, allenando i muscoli del cuore e della mente per costruire un futuro migliore.












