Avvenire di Calabria

Padre Engels visse per cinquant’anni nell’area grecanica. Fu un vero pastore per tante famiglie diffuse sul territorio diocesano

Padre Engels, l’eremita belga che amò la Bovesìa [FOTOGALLERY]

Uomo dell’ecumenismo grazie al dialogo continuo: riuscì a tenere accesa la fiammella dell’Oriente nelle terre di Calabria

di Domenico Minuto

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Padre Giacomo Engels iniziò la sua opera pastorale bizantina nell’estate del 1968 con l’auspicio e la benevolenza del venerato arcivescovo Giovanni Ferro, soggiornando a Gallicianò in una dimora messagli a disposizione dall’arcivescovo e visitando a piedi giornalmente Roghudi.

L’ultima sua visita fu nell’estate del 2018, quando nella cattedrale di Gerace concelebrò il matrimonio di Maria Olimpia Squillaci.

Inoltre, per cinquant’anni, dove gli proponevamo di andare, accettava subito, portandosi la valigetta con gli oggetti liturgici e accompagnato dalla comunità che si era creata attorno a lui.

Quante chiesette diroccate, quanti ruderi sacri abbandonati, quanti piccoli abitati che recavano il ricordo dei nostri santi asceti, ma anche, ovviamente, San Giorgio Extra, chiesa madre della “Comunità bizantina”, ebbero la gioia della sua preghiera liturgica ed anche, spesso, della Divina Liturgia.

Fu confessore sempre pronto e benevolo. Amministrò battesimi, specialmente per i greci di Calabria e celebrò o concelebrò molti matrimoni, anche quelli dei miei figli.

Quando pregava, padre Giacomo si immergeva nell’abisso dell’amore divino e vi trascinava tutta l’assemblea.

Conforme all’insegnamento di Gesù, amava prendere dimora in una famiglia. Per diversi anni essa fu casa Minuto, poi lo divennero casa Squillaci a Bova Marina e a Reggio la casa di don Nino Pangallo e della famiglia Gerace. La sua presenza era quasi impercettibile, ma era prezioso nei lavoretti domestici e dava soddisfazione alle cuoche.

Pranzò e talvolta alloggiò anche in tante altre case e in Terra Santa fu ospite graditissimo delle famiglie reggine dell’Accademia dei vagabondi, suscitando la commozione di tutti e l’affetto devoto anche dei non credenti. Parecchie volte venne a trovare la famiglia Minuto nelle mete dei nostri frequenti viaggi, anche se alloggiavamo in dimore di fortuna e avevamo per giacigli le stuoie.

Il primo giorno del suo arrivo a Reggio era dedicato al saluto dell’arcivescovo e di tanti altri sacerdoti e poi alla visita di alcune chiese e di Maria Mariotti. Il suo luogo di contemplazione era la «Skiti di San Cipriano», così egli chiamò una vecchia dimora colonica trasformata in eremo bizantino. Ne avvertì il bisogno sul finire degli anni 80, dopo quasi venti anni di “pastore errante”. Gli venne incontro la generosità della famiglia Barbaro. La signora Enza, infatti, gli offrì una casetta disabitata e immersa in un giardino di agrumi vicino Cannavò; fu amore a prima vista, ricordo ancora quel meraviglioso pomeriggio. Per pulirla e allestirla ci mettemmo al lavoro in tanti e soprattutto don Mimmo Casile, il compianto cugino di Mario. Mimmo piantò l’impalcatura per l’iconostasi; padre Giacomo, a più riprese, portò in treno da Chevetogne assi, formelle in legno dipinte, persino gli stalli monastici.

Con un rudere di barca raccolto sulla spiaggia creò un leggio alto ed elegante.

Costruì un seggio pontificale che reggeva in piedi per veduta. Una stanzetta sopra la cappella venne arredata con armadio, tavolo, sedia e lettino. Giovanni Raffa, su una parete della verandina antistante l’ingresso, dipinse l’affresco di Mosé che si toglie i calzari dinanzi al roveto ardente e su un’altra parete una ragazza disegnò a carboncino un grande san Michele con le ali aperte.

Sopra la porta c’era la data dell’inaugurazione: 8 ottobre 1991.

La «Skiti» pregava da sola: tutti venivamo rapiti in un silenzio assorto e gioioso. Lo accompagnavo la mattina con la sacra valigetta e il cestino della colazione preparato da Silvana. Tornavo a riprenderlo nel pomeriggio inoltrato e sempre c’era qualcosa di più bello e di nuovo, con i fiori freschi sul davanzale. Mi aspettava per la recita del vespro e in quella solitudine compiva ogni gesto con riverenza. In silenzio accendeva le

candele dell’iconostasi, i lumi ad olio appesi alle pareti, preparava l’incensiere e si vestiva dei “sacri ornamenti” che lui stesso aveva rattoppato. Ma nelle mattine di domenica e delle feste liturgiche la «Skiti» diventava una cattedrale. Per la Divina Liturgia accorrevano devoti da ogni parte della provincia reggina. Seguivamo la celebrazione così uniti e assorti che sembrava ci fosse una sola persona; il canto liturgico entrava nel cuore e nella mente di tutti.

Frequentammo la «Skiti» per circa quindici anni, poi divenne pericolante, la dovemmo abbandonare e padre Giacomo si rivolse a Bova, nella chiesa dello Spirito Santo. Se aveva giorni disponibili, si recava a contemplare nella Certosa di Serra San Bruno, gradito ospite dei monaci.

Assieme a tutti quelli che l’hanno conosciuto, continuiamo ad amare padre Giacomo Engels perché asceta, benedizione di Dio, carissimo e silenzioso amico di famiglia ed ora santo e silenzioso intercessore nel cielo.

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