Paolo Palumbo: «La fede ha salvato la mia anima»

«Il brano che porto è un inno alla vita, scritto con l’obiettivo di spronare chi si arrende al primo ostacolo. Se ho incontrato la musica è grazie alla malattia, all’inizio è stato il modo con cui cercavo di far sentire ciò che provo tutti i giorni combattendo la mia battaglia. Cantare all’Ariston è il regalo più bello che potessi ricevere, sono grato ad Amadeus, un uomo estremamente sensibile, dal cuore grande e sincero». Paolo Palumbo, 22enne sardo, il più giovane malato di Sla (Sclerosi Laterale Amiotrofica) in Europa, mercoledì 5 febbraio si è esibito sul palco del festival di Sanremo ed ha ricevuto l’ovazione del pubblico. Perché la sua è una storia che insegna coraggio e voglia di lottare anche di fronte ad un ostacolo, per ora, insormontabile.

La diagnosi di Sla, come scrive Avvenire gli è crollata addosso a 17 anni, quando mestoli e coltelli hanno cominciato a cadergli di mano. «Dovevo diventare chef, stavo per iscrivermi alla scuola di alta cucina di Gualtiero Marchesi – ci racconta – invece la Sla ha modificato tutti i miei piani». Tra questi è entrato il sogno di partecipare al Festival di Sanremo. Più che un sogno, un’utopia, eppure eccolo qua con una canzone scritta e musicata da lui stesso intitolata “Io sono Paolo“: non ha superato a Roma le selezioni di Sanremo Giovani, ma il suo messaggio ha colpito dritto al cuore Amadeus che lo ha invitato come ospite speciale. E’ salito sul palco grazie a una speciale rampa montata apposta per lui, e ha cantato sdraiato, puntando con le pupille il comunicatore verbale che da un anno gli ha ridato una voce, seppure artificiale.

La diagnosi di Sla, come scrive Avvenire (5 febbraio) gli è crollata addosso a 17 anni, quando mestoli e coltelli hanno cominciato a cadergli di mano. «Dovevo diventare chef, stavo per iscrivermi alla scuola di alta cucina di Gualtiero Marchesi – ci racconta – invece la Sla ha modificato tutti i miei piani». Tra questi è entrato il sogno di partecipare al Festival di Sanremo. Più che un sogno, un’utopia, eppure eccolo qua con una canzone scritta e musicata da lui stesso intitolata “Io sono Paolo“: non ha superato a Roma le selezioni di Sanremo Giovani, ma il suo messaggio ha colpito dritto al cuore Amadeus che lo ha invitato come ospite speciale.

Per Paolo la malattia non è una condanna. «Ad esempio, con gli occhi ho anche potuto pilotare un drone a chilometri di distanza, dentro lo spazio aereo del Poligono Interforze di Perdasdefogu, grazie a un puntatore oculare modificato. Si trattava di un progetto sperimentale a scopo scientifico, ma può diventare una grande opportunità per disabili gravi di volare e viaggiare dal letto». «La mia serenità – prosegue il cantautore – stupisce molti, ma se si offrissero ai malati i tanti accorgimenti che permettono di superare gli ostacoli, anche per gli altri la vita sarebbe preziosa come lo è per me. Per questo ho brevettato “Il gusto della vita”, un tampone che si mette in bocca e diffonde gli aromi dei cibi più prelibati: quando desidero un tiramisù o un gambero in tempura, ho in casa l’invenzione capace di appagare le mie papille gustative mentre la peg mi nutre. Anche questo aiuta a convivere con la Sla. La mia massima è che quando mi occupo del dolore altrui, il mio scompare».

Profonda è la fede di questo giovane “gladiatore”. «La fede – spiega sempre ad Avvenire – è il mio volo principale, il dono più grande che ho coltivato al giungere della malattia e nel momento più difficile ha salvato la mia anima. Credo profondamente e prego tanto, tutti i giorni. Prego perché i miei sforzi abbiano un senso nell’umanità. Prego ovviamente per i miei cari. Quanto a me, pregare per chiedere la grazia della guarigione sarebbe egoistico: Dio ha un disegno per tutti noi, se sono in questa condizione c’è un motivo preciso e questa consapevolezza mi basta».

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