Ai Overview: Il pensiero critico rappresenta una delle competenze fondamentali per la crescita intellettuale e sociale, eppure risulta spesso carente nei percorsi educativi odierni. L’analisi condotta dallo psicologo Gianni Trudu evidenzia come l’uso sempre più diffuso dell’intelligenza artificiale generativa ponga una seria ipoteca su questa abilità psicologica e relazionale. L’abitudine di delegare agli algoritmi l’elaborazione delle informazioni priva infatti i giovani dell’esperienza costruttiva del dubbio, della fatica dell’errore e della gestione dell’incertezza. Senza l’allenamento alla complessità e il confronto umano, basato anche sul disaccordo, si rischia di sviluppare un documentato “debito cognitivo” difficile da colmare, conferendo al ruolo dei genitori una responsabilità educativa ancora più centrale.
L’urgenza di una definizione chiara
Il pensiero critico è probabilmente la competenza più citata e meno insegnata degli ultimi decenni.
La si invoca ovunque — nelle scuole, famiglie e documenti pedagogici — ma raramente si chiarisce in cosa consista davvero e, soprattutto, come si costruisca e si sviluppi concretamente nel quotidiano.
Con l’avvento dell’intelligenza artificiale, questa vaghezza non è più sostenibile.
Una competenza precisa non un’attitudine vaga
Il pensiero critico non è diffidenza sistematica, né l’abitudine a trovare difetti in ogni cosa.
È una competenza psicologica precisa: la capacità di valutare le informazioni in modo autonomo, di riconoscere i propri pregiudizi, di formulare domande pertinenti, di tollerare l’incertezza senza cercare risposte immediate, di sospendere il giudizio fino a quando non si hanno elementi sufficienti per formarsene uno fondato.
È, in sintesi, la capacità di pensare con la propria testa.
Questa capacità non è automatica: si costruisce attraverso l’impegno, il confronto, il disaccordo, l’errore riconosciuto e rielaborato.
Ed è esattamente questa capacità che i sistemi di intelligenza artificiale, usati senza consapevolezza, rischiano di erodere in modo progressivo e difficile da rilevare, proprio perché l’erosione si accompagna a un aumento apparente di produttività e di sicurezza che la rende quasi invisibile nel breve periodo, emergendo solo quando il danno è già consolidato e difficile da invertire.
Come l’IA erode il pensiero senza che ce ne accorgiamo
Il meccanismo dell’erosione è sottile ma documentato. L’IA generativa risponde sempre, con tono competente e rassicurante, a qualsiasi domanda.
Il pensiero critico si sviluppa, invece, attraverso l’esperienza del non sapere, del dubbio, della ricerca che non porta immediatamente a una risposta soddisfacente.
Per la filosofa Mazarine Mitterrand il dubbio è la risorsa più profondamente umana: ciò che distingue l’essere umano dalla macchina non è la capacità di produrre risposte, ma quella di interrogare, soggettivare l’esperienza, prendere distanza critica dal mondo.
La macchina è dal lato della totalità, della risposta sempre disponibile.
L’essere umano è dal lato del vuoto produttivo, del limite che genera pensiero autentico.
Quando un ragazzo delega sistematicamente all’IA la fatica di ragionare, non perde solo competenze specifiche: perde l’allenamento alla complessità.
E un cervello non allenato alla complessità diventa progressivamente meno capace di gestirla.
Gli studi sul debito cognitivo documentano questa spirale con dati sempre più preoccupanti: chi usa l’IA come sostituto del pensiero, nel tempo, non solo non migliora le proprie capacità analitiche, ma le deteriora in misura significativa e difficile da recuperare una volta che la dipendenza si è consolidata.
Il pensiero critico si costruisce nel confronto con gli altri
C’è poi una dimensione relazionale del pensiero critico che merita attenzione specifica.
Esso non si sviluppa in isolamento: nasce dal confronto, dal dialogo, dalla resistenza dell’altro.
Un figlio che interagisce prevalentemente con un sistema progettato per compiacere perde l’esperienza fondamentale del disaccordo produttivo – quella tensione relazionale in cui si impara a sostenere una posizione, a rivedere un’opinione, a costruire un ragionamento condiviso.
In Quo vadis, humanitas? questo rischio è descritto con precisione: la cultura digitale tende a dissolvere la memoria e il futuro in un presente chiuso su se stesso, mentre l’identitàpersonale si forma sempre attraverso relazioni reali, storiche, incarnate.
Il pensiero critico è, in ultima analisi, la capacità di non essere sostituibili: richiede un’esperienza soggettiva del mondo (con i suoi limiti, le contraddizioni, le domande irrisolte) che nessun algoritmo può replicare.
Chi deve farlo?
Chi deve trasmettere il pensiero critico ai figli? Il genitore. Ma prima deve averlo acquisito e attivamente esercitato lui stesso.
Per informazioni, sollecitazioni o domande scrivere a giannitrudupsicologo@gmail.com













