Cosa significa sopravvivere a un genocidio e decidere di perdonare? Jean Paul Habimana, testimone del massacro dei Tutsi in Ruanda, ha condiviso con il Gruppo Adulti di Azione Cattolica una testimonianza intensa e commovente. Dalla fuga tra le colline ruandesi alla riconciliazione con chi ha ucciso la sua gente, la sua storia è un appello vivo alla speranza, alla giustizia e alla costruzione di un futuro che superi la logica dell’odio.
L’inizio dell’orrore: «Correvamo per salvarci la vita»
Il buio più fitto non è l’assenza di luce, ma l’oscurità che si annida nel cuore dell’uomo quando l’odio prende il sopravvento, trasformando vicini di casa in carnefici. È da questo abisso che Jean Paul Habimana, sopravvissuto al genocidio ruandese dei Tutsi del 1994, ha tratto una testimonianza di valore straordinario, condivisa con il Gruppo Adulti di Azione Cattolica presso la Parrocchia San Cristoforo (RC). Un racconto che – superando la cronaca di un orrore storico – si è poi focalizzato sulla via del perdono come unica, faticosa strada per la ricostruzione.

L’ottantaquattresimo giorno del 1994 ha segnato l’inizio di una catena di violenza implacabile. Habimana ha ripercorso i primi momenti di terrore, dalla notizia della distruzione del negozio paterno fino alla fuga precipitosa, nella quale si è ritrovato bambino a correre per la vita. Dalle sue parole è emersa la drammatica realtà degli spari ravvicinati e la speranza effimera trovata in una parrocchia che inizialmente sembrava offrire rifugio, ma che presto si è trasformata in una trappola mortale.
Testimone di una crudeltà ianudita
In quel luogo sacro, dove lui e il fratello minore erano gli unici della famiglia presenti, ha assistito alla crudeltà inaudita degli assassini che, armati di machete e lancia, chiudevano i maschi in locali per trucidarli, mentre i cadaveri venivano spogliati dei vestiti per camuffare i bambini superstiti in femmine.
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Ha raccontato con lucida sofferenza come si sentissero «i giorni peggiori» quando le tubature dell’acqua venivano tagliate e gli assassini arrivavano con gli elenchi, chiedendo alle vittime di farsi avanti, promettendo, falsamente, che gli altri sarebbero stati salvi.
L’amore come risposta alla propaganda dell’odio
La vera guarigione da questo massacro è arrivata con il processo di guarigione nazionale, avviato nonostante il dolore ancora vivo. Il momento più scioccante, ha confessato, è stata la scelta del governo di insediare un presidente Hutu dopo la fine del genocidio, un gesto che avrebbe scoraggiato i sopravvissuti che si sarebbero aspettati una vendetta immediata. La strada scelta dal Ruanda è stata quella della riconciliazione, riattivando un’antica pratica tradizionale, la Gacaca Kinyarwanda, che prevedeva l’incontro e la preghiera tra i familiari delle vittime e quelli dei carnefici.
Questa iniziativa, inizialmente promossa dalla Chiesa Cattolica, è stata in seguito assunta dallo Stato, che ha liberato gli assassini che confessavano i loro crimini e rivelavano dove erano stati occultati i corpi. Il testimone ha definito la propaganda come «una cosa orrenda» che aveva fatto credere a molti che «uccidere i Tutsi voleva dire lavorare», trasformando l’atrocità in un atto dovuto e giustificato.
L’unico antidoto a questa follia è stato il coraggio di chi ha saputo andare “controcorrente”, rifiutando l’odio. La sua vita ne è la prova più alta: Habimana ha sposato una donna dell’etnia Hutu, compiendo un gesto che, come ha ammesso, all’inizio non è stato affatto facile per l’ostilità che ha dovuto affrontare, ma che ha voluto come affermazione di una profonda convinzione: l’amore vince sull’odio.
La scelta di vita: fede nel perdono
La scelta di vita di Habimana, anche dopo il travagliato periodo in seminario in Italia, è stata un’incarnazione della fede nel perdono. Concludendo il suo toccante intervento, Jean Paul ha invitato il pubblico a non cadere nella tentazione della polarizzazione che, ha osservato, si manifesta in modo diverso anche nel nostro Occidente. Ha ribadito che il «libro più bello è quello della tua vita» e che la «nostra storia non ci lascia mai», spronando tutti a trasformare i propri vissuti in una risorsa, in un atto di coraggio che possa rendere la società più giusta e unita.

Il suo esempio, ha concluso, dimostra che la vera forza non sta nella vendetta, ma nella capacità di rifare un tessuto sociale partendo dalla testimonianza della propria, indistruttibile dignità.












