Avvenire di Calabria

Il benessere viene spesso «misurato» da indicatori economici. Ma è giusto? La solidarietà rappresenta l’unica via per seguire l’esempio del Gesù nell’attualità

Shopping, Natale e Vangelo. Non basta un clic per essere felici

Redazione Web

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di Sara Bottari * - Il nostro è un tempo di contraddizioni e ci avviamo al periodo più contraddittorio dell’anno. Benessere e povertà si fronteggiano e non si può pensare che il primo annulli la seconda. Vetrine addobbate, corse ai regali di Natale che spesso sono inutili a chi li riceve e sollievo di chi compra, solo per un dovere dettato dal conformismo.

Ascoltiamo le consuete riflessioni sulla solidarietà che dovrebbe essere il segno distintivo di un evento che ha visto la nascita di un Bambino in povertà. Ma quanto è presente nella nostra cultura consumistica il principio di solidarietà? A volte basta un click sul cellulare per inviare due euro per una buona causa che va dall’assistenza ai bambini più lontani, all’aiuto ai piccoli ammalati. Quanti credono di aver esaurito il proprio compito, soltanto premendo un tasto del telefono? Non è il caso di fare discorsi moralistici ma non si può nascondere la preoccupazione per una deriva di valori a cui assistiamo impotenti. Il consumismo in sé non è un male: significa soltanto comprare e consumare beni necessari per il proprio benessere. D’altronde, per commercianti e imprese è un periodo per recuperare quei profitti che le crisi che imperversano sul nostro sistema economico hanno gradualmente ridotto negli ultimi decenni.

Il discrimine tra benessere e povertà o consumismo e solidarietà è nella nostra capacità di scegliere, nel nostro grado di autonomia dai beni materiali e dalle influenze commerciali, in un mondo nel quale non è facile restare immuni dalle martellanti, sofisticate e «non richieste» campagne via web che infestano i nostri dispositivi elettronici, con buona pace per la privacy e la libertà di scelta. Condivisione e solidarietà sono stili di vita, non momenti episodici della nostra esistenza.

In fondo, è l’affermazione del principio esistenziale di umanità: «Essere e restare umani», come una campagna internazionale, anche in questo caso diffusa dai social, cerca di affermare da alcuni anni contro l’odio per il diverso. Tuttavia si percepisce chiaramente la distanza di classe, indicatore attendibile della diffusione di uno stato di «insensibilità» collettiva per le difficoltà altrui. Stati di difficoltà e di povertà vengono rappresentati sui social e da certa stampa nazionale come una colpa da espiare a distanza di sicurezza. In conclusione, non dovremmo criminalizzare il tanto vituperato consumismo, ma neppure diventarne schiavi. Dovremmo imparare a distinguere tra il necessario e il superfluo e a considerare la possibilità di dividere ciò che possiamo con chi è in stato di difficoltà, riaffermando il principio fondamentale di solidarietà.

* presidente Fondazione «La Provvidenza»

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