Sinodo, due documenti per non lasciare nessuno fuori dalla porta

Facciata Duomo Reggio Calabria

La Segreteria Generale del Sinodo ha diffuso due recenti rapporti che esaminano specifiche dinamiche di accoglienza e ascolto all’interno della comunità ecclesiale. Il primo documento, curato dal Gruppo di Studio numero due, si concentra sulla necessità di integrare le istanze dei poveri e delle persone con disabilità nella vita della Chiesa, proponendo strumenti strutturali come un Osservatorio dedicato. Il secondo testo, redatto dalla Commissione Sceam, affronta la complessa questione della poligamia nel continente africano, analizzandone i risvolti teologici, culturali e le pratiche pastorali relative all’ammissione ai sacramenti. Entrambi i lavori si propongono di delineare modalità attraverso le quali le comunità parrocchiali e diocesane possono relazionarsi con le periferie esistenziali, mantenendo saldo il riferimento alle indicazioni evangeliche e dottrinali.

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L’ascolto dei poveri e il ruolo dell’Osservatorio sulla Disabilità

Martedì scorso la Segreteria Generale del Sinodo ha pubblicato due rapporti che aiutano ad accogliere senza sconti alla verità, come annunciare il Vangelo senza trasformarlo in un muro. I documenti sono il Rapporto finale del Gruppo di Studio n. 2, dedicato all’ascolto del grido dei poveri e della terra, e il Rapporto della Commissione SCEAM – il Simposio delle Conferenze Episcopali dell’Africa e del Madagascar – sulla sfida pastorale della poligamia. Due testi diversi per tema e per genesi, ma convergenti in una domanda di fondo: può la Chiesa essere davvero sinodale se qualcuno resta sulla soglia? Il Gruppo di Studio n. 2 parte da un presupposto teologico: ascoltare i poveri è un atto di fede che appartiene alla missione stessa della Chiesa. Il cardinale Michael Czerny, prefetto del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale, nella sua prefazione chiarisce che la parola «ascoltare» indica un processo integrale fatto di incontro, comprensione, azione, valutazione e sostegno spirituale. Un processo che riguarda ogni cristiano, anche chi si sente povero.

Il rapporto passa in rassegna gli strumenti già disponibili nella comunità ecclesiale – parrocchie, comunità di base, movimenti, organismi Caritas, reti ecumeniche – e ne riconosce il valore, ma mette in guardia dalla tentazione di delegare tutto a strutture specializzate, quasi a liberarsi la coscienza. Ogni battezzato, si legge, è chiamato alla corresponsabilità. Fra le proposte spicca la creazione di un Osservatorio Ecclesiale sulla Disabilità, nato dal lavoro di un sottogruppo composto in maggioranza da persone con disabilità: un modello pensato per essere replicato a livello locale e regionale, capace di dare voce a chi di solito non ce l’ha. Sul piano teologico, il documento chiede che i poveri e la terra siano riconosciuti come autentici luoghi teologici, e che i teologi provenienti dalle comunità più fragili partecipino attivamente alla stesura dei documenti del Magistero. Il capitolo dedicato alla formazione insiste su un punto: i programmi per laici, religiosi e seminaristi devono prevedere l’incontro diretto con le periferie esistenziali, e l’ascolto va inteso come disciplina spirituale. La visione finale è quella di una Chiesa che diventa essa stessa strumento di ascolto, trasformando ogni suo membro in presenza missionaria accanto ai più vulnerabili.

Il rapporto Sceam e l’analisi del fenomeno poligamico

Il secondo rapporto affonda le mani nella terra rossa del continente africano. La Commissione SCEAM affronta una questione che i missionari conoscono da più di un secolo e che continua a interpellare la pastorale della Chiesa: che cosa fare quando un uomo che vive in un regime poligamico chiede il battesimo? Il documento riconosce che la poligamia è un fenomeno antico e ancora vivo: circa trenta Stati africani la autorizzano per legge, e le ragioni che la sostengono – dal desiderio di discendenza al prestigio sociale, dalla sterilità al levirato – sono profondamente intrecciate con la cultura locale. Anzi, il rapporto osserva che la poligamia è tutt’altro che in via di estinzione: anche donne intellettuali e cristiane la scelgono oggi come forma di libertà, per conciliare maternità e carriera senza sottomettersi a un modello familiare che sentono stretto. E accanto alla poligamia tradizionale esiste quella che il testo chiama «poligamia velata», il sistema delle relazioni parallele che non è certo un’esclusiva africana.

La lettura biblica proposta dal SCEAM è onesta, fa riferimento al fatto che i patriarchi erano poligami: Abramo, Giacobbe, Davide, Salomone. Ma il documento mostra come la Scrittura contenga una pedagogia progressiva, una direzione di marcia. I racconti della creazione propongono la coppia monogamica come modello originario; i profeti esaltano il matrimonio unico come immagine dell’alleanza fra Dio e il suo popolo; Gesù, richiamandosi al progetto del Creatore, afferma con chiarezza che «i due saranno una sola carne». Per il rapporto, il matrimonio cristiano è monogamico per natura teologica, non per imposizione culturale.

Pratiche pastorali e sacramenti di fronte alle unioni plurime

La parte più delicata riguarda le pratiche pastorali. Il SCEAM ne elenca quattro, diffuse con variazioni da una diocesi all’altra: chiedere al poligamo di scegliere una sola moglie, garantendo il sostentamento delle altre; proporre lo status di «catecumeno permanente», con una formazione che non sfocia nel battesimo ma nel riconoscimento ufficiale di candidato; battezzare la prima moglie quando il marito ha contratto nuove unioni senza il suo consenso; gestire i casi di poligamia velata orientando il cammino verso la persona singola. Ciascuna di queste strade ha luci e ombre, e il rapporto le esamina tutte. In particolare, avverte che il catecumenato permanente rischia di trasmettere un messaggio non positivo, cioè che i sacramenti non siano poi così importanti per vivere da cristiani.

La posizione del SCEAM, quindi, è che non si battezzi un poligamo sulla base di una promessa o nella prospettiva che resterà tale dopo il sacramento. Ma questa fermezza dottrinale non si traduce in chiusura. Al contrario, il documento insiste su una pastorale di prossimità, ascolto e accompagnamento, caso per caso, che permetta alle famiglie poligamiche di partecipare alla vita della comunità, di ascoltare la Parola di Dio, di avviare un cammino. Un passaggio significativo è dedicato alla dignità della donna. Il rapporto riconosce che la poligamia, qualunque ne sia la giustificazione culturale, non promuove lo sviluppo della donna secondo il disegno di Dio. E pone una domanda che vale ben oltre i confini dell’Africa: quale pastorale attuare per le vedove che finiscono nella poligamia per mancanza di alternative economiche e sociali?

Le prospettive per una Chiesa sinodale e di prossimità

I due rapporti, nelle loro diversità, dicono la stessa cosa. Una Chiesa sinodale non può accontentarsi di tenere le porte socchiuse. Dev’essere capace di uscire, di farsi prossima, di stare accanto a chi vive nelle periferie spirituali ed esistenziali senza mai rinunciare alla verità del Vangelo. È la vocazione più antica della Chiesa: annunciare e accogliere, nello stesso respiro.

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