Storia della parrocchia di Sant’Alessio: dalla Bolla della Crociata alla ricostruzione della chiesa nell’Ottocento

Annotazioni contabili per la ricostruzione della chiesa

I documenti conservati nell’archivio diocesano offrono uno spaccato dettagliato della vita e della gestione economica della parrocchia dell’Annunziata di Sant’Alessio nei primi decenni dell’Ottocento. Dalla singolare persistenza della “Bolla della Crociata” per la raccolta di elemosine, fino alle complesse vicende legate alla successione parrocchiale e al reperimento dei fondi per il completamento della chiesa, i registri restituiscono una cronaca puntuale. L’analisi dei conti tenuti dall’economo curato Giuseppe Foti rivela non solo le difficoltà amministrative del tempo, ma anche l’organizzazione del cantiere edilizio, documentando le vendite di legname, le forniture di materiali e il coinvolgimento attivo di maestranze locali e donne del paese nei lavori di costruzione.

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La persistenza della Bolla della Crociata

Tra i fascicoli della parrocchia dell’Annunziata di S. Alessio custoditi nell’archivio diocesano, vi sono dei documenti che confermano, ancora nei primi anni dell’Ottocento, il perdurare di un’antica contribuzione che veniva chiamata «Bolla della Crociata». Essa era stata istituita nell’anno 1497, anche se le Crociate erano terminate un paio di secoli prima e, perdurando le incursioni turchesche, essi servivano per finanziare il mantenimento della flotta nel Mediterraneo per contrastare la pirateria dei Turchi e degli infedeli. Un primo documento, datato 20 marzo 1816 e firmato da F. Nunnari, sindaco del casale di S. Alessio, attestava che «in quest’anno nella nostra chiesa parrocchiale della SS.ma Annunziata nel giorno della Domenica di Settuagesima fu predicata la Bolla della Crociata». Un secondo documento era il «Ricevo» con il quale l’economo curato D. Giuseppe Foti dichiarava di ricevere le Bolle per i fedeli «che volontariamente le piglieranno, contribuendo la limosina determinata». Il numero delle Bolle lasciate era di 51, così ripartite: 40 Bolle minori, 10 Bolle comuni, 1 Bolla per i preti, 0 Bolle pe’ nobili, 0 Bolle pe’ prelati e preti nobili. L’acquisto delle Bolle, che avevano prezzi variabili in rapporto alla caratura dei benefici, assicurava grazie terrene e celesti, concedendo indulgenze e privilegi in rapporto al versamento effettuato. La portata della raccolta l’anno successivo di ridusse e furono distribuite agli abitanti di S. Alessio n. 41 Bolle in tutto, riducendosi di 10 unità quelle «comuni».

Il cambio di parroco e le tensioni amministrative

L’economo curato D. Giuseppe Foti, originario di Calanna, era stato affiancato già da tre anni al parroco D. Antonio Cancellieri colpito da malattia e poi morto nei primi mesi del 1817. Egli, si trovò nelle condizioni di non poter operare in quanto il nipote del parroco, tale Antonio Silvestri, si era rifiutato di rendere disponibili le suppellettili della chiesa e i libri parrocchiali, e furono necessari l’intervento dell’Intendente della Provincia e dell’arcivescovo per farlo desistere dall’azione. L’amministrazione dei redditi della parrocchia si era mostrata difficile negli anni precedenti per l’instabilità politica e parecchi censi non erano stati pagati e il parroco venne richiamato per non aver adempiuto al pagamento delle Bolle.

I ricavi dai boschi e l’avvio dei lavori

Nel dicembre 1821 le rendite migliorarono per gli introiti derivanti dal «taglio della selva cedua», dalla vendita di legname di rovere all’arcivescovo Tommasini e dalla vendita del legname della vecchia copertura della chiesa per complessivi ducati 249,60, da cui andavano dedotte spese per la lavorazione e il trasporto con i buoi per ducati 108 circa, restando invenduta una parte che serviva per la realizzazione delle porte e delle finestre della sagrestia e a compensare una parte sottratta da un furto perpetrato nella chiesa. Il resto contribuì ad affrontare le spese per il completamento della chiesa. Dalle indicazioni contenute nel «Conto» redatto dal parroco emergono le attività conseguenti al taglio dei boschi. Innanzitutto, oltre all’approvazione dell’arcivescovo era necessaria quella dell’Ispettore di Acque e Foreste, con le spese relative alle preventive istanze in carta bollata per le autorizzazioni del taglio e della produzione di carbone.

Il cantiere: maestranze e materiali

Quanto annotato puntualmente per l’avanzamento dei lavori dal parroco Foti ci consente di ricostruire quanto avvenne nel cantiere della ricostruzione. Per la «fattura, caricatura e cucitura della carcara e fattura della pietra», c’erano le otto giornate lavorative di mastro Antonino Sinicropi, la manodopera prestata da «uomini e femmine», l’acquisto di milletrecento ventisei tegole, il trasporto di «straci» da S. Nicola e dei «ciavaroni» (travetti) da Petile fatto sempre dalle «femmine», ed a questi si aggiungevano la spesa dei «quartucci di vino» offerti alle maestranze, la spesa per il «carriagio dei legni» dalla chiesa di Podargoni, la spesa dei carpentieri m. Rocco Pizzimenti, m. Francesco Sinicropi e m. Francesco Nunnari per i «bordoni e forbici della copertura» e degli altri falegnami per la produzione di travi e tavolame sia nella località Malivendi sia in Podargoni con l’aggiunta del costo del trasporto con i buoi da quelle località, la spesa del fabbro m. Alessio Forgione per «li ferramenti delle porte e finestre» e per la fornitura dei chiodi, il costo dei vetri e il costo della corda «per attaccare i ponti». Gli «annotamenti dei mastri, manuali, aconi e femmine che fatigarono nella fatt.a delle pietre, della carcara recucitura della medesima» ci consentono di avere un quadro delle altre persone impegnate nella «fattura della pietra»: i mastri Salvatore e Giovandomenico Sinicropi, i «manuali» Francesco Zoccali, Domenico Papalia e Pasquale Lucisano. Per la «fabrica della carcara» di aggiunsero i mastri Antonino e Francesco Sinicropi e i manuali Marzo Musicò, Salvatore Papalia, Stefano Romeo e Stefano Sorace, oltre alle «femmine» Anna Musicò, Maria Nunnari, Angela Petrolino, Francesca Lucisano e Angela Furfari che contribuirono con il trasporto dell’acqua.

La costruzione della sagrestia e le opere di finitura

Alcuni si alternarono nelle giornate lavorative assicurando anche la vigilanza nel cantiere nelle ore notturne. In particolare, m. Salvatore Sinicropi operò per «fabricare la carcara e fece la cucitura» con una spesa complessiva di manodopera di ducati 23, tarì 7 e grana 6. La nota della «spesa fatta per la fabrica della sagrestia», indica che i lavori iniziarono «lunedì in albis» (giorno successivo alla Pasqua) e videro impegnati, nel corso della settimana, i mastri Michele Coppola, Nicola Filastò e Salvatore Sinicropi e come manuali Antonino Morena e figlio, Alessio Sapone, Fortunato Lucisano, Angelo Musicò, il «figlio di m. Nicola», Angelo Romeo, Pietro Spalluto, Sante Facciola e Francesco Filasto, oltre a una «femmina per il carriggio dell’acqua» per una spesa totale di manodopera di ducati 11, tarì 94 e grana 6. I lavori di intonacatura furono eseguiti da m. Salvatore Sinicropi, m. Nicola Filasto, m. Alessio Sinicropi, m. Francesco Antonio Calarco, m. Domenico Romeo, con la fornitura di acqua curata da Angela Petrolino. La copertura, con la posa delle «ciaramite» venne eseguita da m. Antonino Sinicropi, m. Salvatore Cannizzaro, con la manovalanza di Fortunato Lucisano e Alessio Sapone. L’imbiancatura della chiesa venne eseguita da maestranze venute da Messina. Furono acquistati elementi per la finitura dell’altare messi a disposizione da d. Teodora Palermo e si provvidero ad acquistare i tovagliati, le suppellettili per l’altare. (continua)

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