Il volume “Strade inquiete. Viandanti medievali e inquietudini contemporanee”, scritto a quattro mani da Marino Pagano e Angelo Palmieri, offre una disamina approfondita sulla natura intrinseca del movimento umano. Attraverso un percorso che intreccia storia medievale e sociologia moderna, gli autori decostruiscono l’idea della stanzialità come condizione originaria, suggerendo invece che lo spostamento sia una costante biologica e culturale. L’opera non si limita a una ricostruzione storiografica del pellegrinaggio o del viaggio mercantile nei secoli passati, ma utilizza quelle esperienze come lente d’ingrandimento per osservare le dinamiche attuali dell’accoglienza e del rifiuto. Dalle abbazie benedettine ai non-luoghi della modernità, il testo analizza come è mutata la percezione dell’altro e come la gestione dello spazio e dei confini definisca la qualità delle relazioni umane, richiamando infine alla necessità di un’etica del viandante capace di superare la paura dell’ignoto.
L’impulso al movimento e la realtà del viaggio medievale
L’idea che il movimento preceda la stanzialità e che l’irrequietezza non sia un incidente di percorso, ma una disposizione profonda dell’essere umano, costituisce il filo rosso che attraversa il nuovo libro “Strade inquiete. Viandanti medievali e inquietudini contemporanee”. Certo, siamo abituati a considerare la quiete come uno stato originario; tuttavia, come ricorda la prefazione che cita Bruce Chatwin, «l’impulso a varcare lunghe distanze è inscritto nel nostro sistema nervoso». La stanzialità, dunque, appare più come una conquista fragile che come una condizione di partenza. Tuttavia, non è corretto leggere il Medioevo – l’osservatorio privilegiato scelto da Marino Pagano e Angelo Palmieri – con le lenti del turismo odierno. In quel mondo, il viaggio «non è svago, non è formazione personale, non è consumo di luoghi». Più che un piacere, è una necessità materiale o spirituale che espone il corpo alla fame, alla violenza e all’arbitrio altrui. Lungo quelle arterie logorate si muovevano figure eterogenee: mercanti che trasformavano la distanza in profitto: da lì nasce «il tempo del mercante»; pellegrini in cerca di redenzione; una folla di esiliati per i quali il vagabondaggio era una condanna.
La strada come dispositivo antropologico e il valore dell’ospitalità
La strada medievale si rivela così un «dispositivo antropologico»: un luogo dove l’ordine si indebolisce e le identità si fanno più porose, e costringe chi cammina a misurarsi con l’altro. È chiaro che l’ospitalità, in questo contesto, assume un valore specifico, non è un gesto di spontanea generosità, quanto, piuttosto, una pratica codificata e necessaria. Nei monasteri benedettini l’accoglienza dell’ospite era vissuta come l’accoglienza di Cristo stesso: l’incontro diventava una verità teologica oltre che sociale.
Dal pellegrino al migrante: l’ambivalenza dell’incontro
Eppure, il testo evita idealizzazioni: la stessa società che riconosceva il viandante come Homo Viator nutriva una profonda diffidenza verso lo straniero, spesso associato al disordine o alla malattia; questa ambivalenza strutturale permette agli autori di gettare un ponte verso la contemporaneità, senza scadere in «analogie facili né lezioni morali pronte all’uso». La distinzione tra l’orizzonte di senso medievale e quello odierno può essere applicata anche oggi ai meccanismi di controllo…si pensi, per esempio, alla logica amministrativa dei confini o alla gestione dei non-luoghi: se il pellegrino medievale si muoveva in un mondo di simboli condivisi, il migrante attuale si scontra con apparati giuridici che riducono le persone a “flussi”. La gestione politica rischia così di trasformare l’accoglienza in una procedura tecnica, dimenticando che «l’ospitalità non è né pietà, né buonismo», ma un elemento fondante per rendere il mondo abitabile.
L’etica del viandante e la costruzione di luoghi condivisi
Nella parte conclusiva, il testo recupera la lezione filosofica di Umberto Galimberti sull’etica del viandante, colui che attraversa la terra senza possederla. È qui che il saggio trova il momento più alto: nel riconoscimento che la vita non è un possesso stabile, bensì un attraversamento. “Strade inquiete” indica una grande verità, diventare adulti non è sopprimere la paura, ma costruire luoghi in cui «il passaggio non è soltanto tratto da consumare, ma spazio in cui può accadere un volto». Poiché «camminare è condividere», ogni soglia varcata diventa l’opportunità per ridefinire non solo chi arriva, ma anche chi attende.













