Una Chiesa che «disturba» i clan

Don Stamile, l’intimidazione subita e un’azione corale

«La ‘ndrangheta è cosa nostra, ci riguarda, spesso si alimenta di un’area grigia di omertà o di disattenzione o di paura che vede anche noi come Chiesa in qualche caso complici o almeno omissivi. E, d’altra parte, l’azione educativa può essere uno strumento idoneo per contrastarla: una subcultura della violenza e del sopruso può essere vinta da una cultura della giustizia e dell’amore nonviolento».

Parole forti di undici anni fa di una Chiesa calabrese che finalmente rifletteva in maniera corale e concreta sulla ‘ndrangheta. Anima e motore dell’iniziativa don Ennio Stamile, allora delegato regionale. Un incontro fondamentale, un passaggio chiave, per riflettere come essere Chiesa in terra di ‘ndrangheta. Spiega bene l’idea di lotta alla mafia del sacerdote di Cetrato e anticipa, con riflessioni ancora attualissime, il cammino che poi è seguito, accompagnato ma momenti e scelte molto forti di una comunità ecclesiale che in Calabria è diventata sempre più protagonista del contrasto alle mafie. Certo non senza omissioni e complicità, come giustamente denunciava il documento del 2007. Ma c’è anche stata una Chiesa che ha parlato e fatto. Che ha “disturbato” la ‘ndrangheta e i poteri collusi. E la ‘ndrangheta ha reagito. Lo stesso don Ennio nel gennaio 2012 subì due intimidazioni e con lui nei due anni precedenti erano finiti “nel mirino” delle minacce ben otto sacerdoti e perfino il vescovo di Lamezia Terme, Luigi Antonio Cantafora. Un elenco che si è allungato, soprattutto dopo i forti interventi dei vescovi calabresi, i documenti della Cec, le scelte sempre meno isolate. Una strada indicata con chiarezza da Papa Francesco il 21 giugno 2014 nella Piana di Sibari. Un invito che sta portando risultati concreti e, soprattutto, sta sostenendo chi da decenni lotta, lavora, fatica, si sporca le mani in silenzio, alcune volte non capito o isolato.

Considerato un “pretaccio” o etichettato come “prete antimafia”. Un etichetta che don Ennio respinse con forza in occasione delle intimidazioni di sei anni fa. «Io non sono un prete antimafia perchè noi sacerdoti siamo sempre “per”, anzitutto per la difesa della dignità dell’uomo. La Calabria non ha bisogno di eroi ma di persone che vogliono fare il proprio dovere». Ne ho incontrati molti di questi sacerdoti, nelle disordinate periferie delle città calabresi, nei paesini della Locride e della Piana di Gioia Tauro. Sacerdoti che, sostenuti dai loro vescovi, gestiscono beni confiscati riempiendoli di iniziative per giovani, disabili, immigrati o di nuove occasioni di lavoro. Che si riappropriano delle feste religiose, del loro vero significato, depurandole dagli interessi mafiosi. Certo non ci sono solo luci. Le ombre, le resistenze, rimangono, e continuano a fare male, in primo luogo alla Chiesa stessa, ma per fortuna non si negano più, non si sottovalutano, non vengono nascoste. Ma il cammino è ormai imboccato.

Non sarà facile. La ‘ndrangheta per troppo tempo ha pensato di poter strumentalizzare la Fede e purtroppo c’è riuscita. Ora capisce che proprio qui si sta aprendo la più pericolosa breccia nel suo granitico controllo su tutto. E allora reagisce. Provando a interloquire, a blandire. Poi, trovando tante porte sbarrate, con la solita strategia del fango. Infine con le minacce. E se lo fa è allora davvero un buon segno. Il cambiamento fa davvero male. La normalità, l’essere “per” fa davvero male.

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