Undici anni fa l’annuncio che cambiò il volto della Chiesa

Papa Francesco Porta Santa

A undici anni esatti dall’annuncio a sorpresa di Papa Francesco, la Chiesa cattolica riflette sull’eredità del Giubileo straordinario della Misericordia. Indetto il 13 marzo del 2015, l’Anno Santo ha segnato una precisa direzione pastorale nel pontificato di Jorge Mario Bergoglio, orientando l’attenzione verso le periferie e le povertà spirituali e materiali. Oggi, a pochi mesi dalla conclusione del Giubileo ordinario del 2025 e sotto la guida di Papa Leone XIV, il tema dell’accoglienza e del perdono rimane centrale. L’attuale pontefice si appresta a vivere il centenario francescano raccogliendo il testimone di un messaggio pastorale che, di fronte ai complessi scenari globali contemporanei, mantiene intatta la sua necessità per l’azione della Chiesa.

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L’annuncio a sorpresa del 13 marzo 2015

Era il tardo pomeriggio del 13 marzo 2015, un venerdì di Quaresima, e nella Basilica di San Pietro si celebrava una liturgia penitenziale. Poi Jorge Mario Bergoglio, che esattamente due anni prima era stato eletto Papa, prese la parola e disse qualcosa che avrebbe dato
un’impronta significativa al suo pontificato: «Cari fratelli e sorelle, ho pensato spesso a come la Chiesa possa rendere più evidente la sua missione di essere testimone della misericordia. È un cammino che inizia con una conversione spirituale. Per questo ho deciso di indire un Giubileo straordinario che abbia al suo centro la misericordia di Dio». L’annuncio colse di sorpresa la Curia e il mondo intero: un Anno Santo fuori dal calendario
ordinario, a soli quindici anni dal Grande Giubileo del 2000, dedicato a un tema — la misericordia — che Francesco considerava il cuore stesso del Vangelo. Oggi ricorre proprio l’undicesimo anniversario di quell’annuncio, una distanza sufficiente per tentare un bilancio pacato, lontano dalle emozioni ancora vive per la morte di Bergoglio, avvenuta il 21 aprile 2025, il lunedì dell’Angelo, poche ore dopo l’ultima benedizione Urbi et Orbi impartita dalla loggia di San Pietro nel giorno di Pasqua. Un bilancio che si intreccia inevitabilmente con il pontificato appena avviato di Leone XIV, l’agostiniano Robert Francis
Prevost, eletto l’8 maggio dello scorso anno, primo papa statunitense nella storia della Chiesa.

Il contesto ecclesiale e l’apertura anticipata a Bangui

Per comprendere la portata di quel gesto occorre tornare al clima del 2015. Il Sinodo sulla famiglia aveva aperto un conflitto aspro tra chi chiedeva un cambiamento della prassi pastorale verso i divorziati risposati e chi temeva una rottura con la tradizione. Francesco scelse di non attendere il secondo Sinodo, previsto per l’ottobre successivo, e giocò d’anticipo. Il Giubileo della Misericordia fu anche un atto di governo, un modo per indicare
alla Chiesa intera la direzione di marcia: la Bolla di indizione, intitolata Misericordiae Vultus e pubblicata l’11 aprile 2015, durante i primi vespri della Domenica della Divina Misericordia, lo confermava con chiarezza. L’apertura dell’Anno Santo coincideva con il cinquantesimo anniversario della chiusura del Concilio Vaticano II, l’8 dicembre 1965, e Francesco volle che quel legame fosse esplicito, la misericordia come chiave di lettura
dell’aggiornamento conciliare, non come cedimento dottrinale, ma come principio
pastorale capace di riformare il volto stesso della Chiesa. Il Giubileo ebbe inizio in realtà qualche giorno prima della data prevista. Il 29 novembre 2015, durante il viaggio apostolico in Africa, Francesco aprì la Porta Santa della cattedrale di Notre-Dame di Bangui, nella Repubblica Centrafricana dilaniata dalla guerra civile. Fu un gesto che parlò al mondo: la misericordia partiva dalle periferie, non dal centro. Il giorno dell’apertura ufficiale a San Pietro, l’8 dicembre, si verificò un fatto senza precedenti, per la prima volta
nella storia due papi, il regnante e l’emerito Benedetto XVI, erano presenti insieme davanti alla Porta Santa. L’Anno Santo, poi, si concluse il 20 novembre 2016, solennità di Cristo Re.

Le opere concrete e i Venerdì della Misericordia

In quei dodici mesi Francesco non si limitò a predicare la misericordia: la mise in atto. Inaugurò i «Venerdì della Misericordia», visite in forma privata a comunità e luoghi di sofferenza — case di riposo, centri per tossicodipendenti, campi profughi, carceri — e inviò nel mondo i Missionari della Misericordia, sacerdoti dotati dell’autorità di assolvere anche i peccati riservati alla Sede Apostolica. Nella Bolla aveva scritto di desiderare che il
popolo cristiano riflettesse sulle opere di misericordia corporale e spirituale, per «risvegliare la nostra coscienza spesso assopita davanti al dramma della povertà». A Roma fu inaugurato un ostello della Caritas nei pressi della stazione Termini; ad aprile Francesco si recò a Lesbo, nel campo profughi di Moria, portando con sé sull’aereo di ritorno tre famiglie di rifugiati siriani. Il motto scelto per l’Anno Santo — «Misericordiosi come il Padre» — trovava così una traduzione fattiva, talvolta scomoda, certamente poco
cerimoniale, così come Francesco era abituato a fare.

Il principio ecclesiologico e teologico

Dal punto di vista teologico, il Giubileo della Misericordia segnò un punto di non ritorno: la Civiltà Cattolica, in un’analisi pubblicata a dieci anni dall’elezione di Bergoglio, riconobbe nella misericordia uno dei pilastri portanti dell’intero pontificato, ricordando come il motto episcopale del papa argentino — Miserando atque eligendo, tratto dalle Omelie di San Beda il Venerabile sulla vocazione di Matteo — ne avesse anticipato il programma sin dall’inizio. Si trattava, secondo l’analisi dell’Enciclopedia Treccani, di un
«principio ecclesiologico» che investiva la riforma del papato stesso: il recupero della dimensione pastorale non come sottoprodotto applicativo di una dottrina immutabile, ma come chiave strutturante dell’azione della Chiesa, questo era il cuore della proposta di Francesco. E il Giubileo ne fu il laboratorio più visibile.

L’eredità pastorale raccolta da Papa Leone XIV

Resta da chiedersi cosa sia rimasto di tutto ciò. La domanda merita di essere accolta, soprattutto alla luce della rapidissima successione di eventi che ha segnato la Chiesa negli ultimi mesi. Il Giubileo ordinario del 2025, dedicato al tema «Pellegrini di speranza» e chiuso il 6 gennaio scorso con oltre trentatré milioni di pellegrini accolti a Roma, era stato aperto dallo stesso Francesco prima della sua morte. Leone XIV ne ha accompagnato la
seconda parte, ereditando un programma pastorale già definito e cercando al tempo stesso di imprimervi il proprio segno. Nel suo primo discorso dalla loggia di San Pietro, la sera dell’8 maggio, il nuovo Papa aveva parlato di «una pace disarmata e disarmante, umile e perseverante», ricordando con commozione «quella voce debole ma sempre coraggiosa di papa Francesco che benediva Roma». La continuità con il predecessore era dichiarata; la speranza appare subito come il pilastro portante del pontificato del papa americano, e con essa una tonalità diversa, meno conflittuale, forse più adatta a un
pontificato che si presenta come riconciliatore tra le diverse anime della Chiesa. Il 2026 offre, però, una singolare opportunità di riannodare i fili: è l’anno del centenario di San Francesco d’Assisi, e Leone XIV ha voluto celebrarlo con un «Anno di San Francesco» accompagnato da un decreto di indulgenze della Penitenzieria Apostolica. Quasi un cerchio perfetto, Francesco d’Assisi, il santo della povertà radicale e della misericordia senza condizioni, diede il nome al Papa che volle il Giubileo della Misericordia; e ora il successore di quel Papa ne celebra il centenario, mentre il mondo è attraversato da conflitti che rendono il messaggio della misericordia non meno urgente, semmai più
necessario di undici anni fa.

Una riflessione per l’attualità

Nel rileggere oggi l’omelia del 13 marzo 2015 si trova una frase che pare quasi un testamento prima del testamento: «Sono convinto che tutta la Chiesa potrà trovare in questo Giubileo la gioia per riscoprire e rendere feconda la misericordia di Dio, con la quale tutti siamo chiamati a dare consolazione ad ogni uomo e ad ogni donna del nostro tempo». Undici anni dopo, con un Papa diverso sul soglio di Pietro e un mondo che ha conosciuto pandemia, guerre e migrazioni di massa, quella fiducia merita di essere celebrata, non solo nelle parole, di cui la Chiesa non è mai avara, ma anche nei gesti: la
misericordia, in fondo, si misura così, non nel momento in cui viene proclamata, ma in quello in cui viene praticata.

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