Quarantasei anni fa, sulle scale della facoltà di Scienze Politiche della Sapienza, il piombo delle Brigate Rosse interrompeva la vita terrena di Vittorio Bachelet, ma non la forza del suo insegnamento. In questo anniversario, la figura del giurista e presidente dell’Azione Cattolica torna a interrogare il presente con immutata attualità. Non si tratta di una commemorazione rituale, quanto di una verifica sullo stato di salute dell’impegno dei laici cattolici nella società odierna. Ripercorrere la sua visione, incentrata sulla “scelta religiosa” e sulla fine del collateralismo, significa riscoprire le radici di un agire civile che pone al centro la persona, il dialogo e la costruzione della pace, in un tempo segnato ancora da forti polarizzazioni.
Una memoria che si fa domanda
Vittorio Bachelet interpella oggi l’Azione Cattolica con la stessa forza con cui la sua guida e il suo sacrificio segnarono l’AC del post‑Concilio. Ricordarlo non è semplicemente memoria da custodire, ma resta, piuttosto, una domanda aperta capace di attraversare il tempo e di chiedere ancora scelte di responsabilità e fedeltà. Bachelet è stato per l’Azione Cattolica molto più di un presidente; la sapienza del discernimento e il coraggio della profezia. È stato per l’AC, un punto di svolta. In una stagione segnata da tensioni politiche, tentativi di ingerenza e letture riduttive dell’impegno ecclesiale dei laici, il presidente Bachelet seppe indicare una strada esigente, libera e liberante.
Il senso della “scelta religiosa”
La “scelta religiosa” non fu per lui un arretramento, ma un atto di coraggio. La fine del collateralismo con i partiti ha rimesso al centro l’annuncio di Cristo per restituire senso all’impegno nel mondo. Un seme buono, gettato mentre l’aratro della storia rivoltava profondamente le zolle della società italiana.
L’attualità di un’eredità
Quella scelta, da qualcuno criticata, ha plasmato generazioni di soci, ha orientato percorsi formativi, ha dato all’AC un’identità riconoscibile fatta di una forte identità laicale, una dedizione alla Chiesa e un agire libero. Quarantasei anni dopo la sua uccisione per mano delle BR, la politica è ancora polarizzata e i linguaggi smarriscono il rispetto della persona. La sua eredità torna a farsi attuale. La dignità dell’uomo, la libertà autentica, la pace non filtrata da interessi o poteri, restano criteri irrinunciabili. È lo stesso orizzonte che lo Statuto dell’Azione Cattolica affida ai laici: “ricercare e proporre, nella concretezza delle condizioni storiche, il senso vero dell’uomo, i valori della vita e della famiglia, della solidarietà, della giustizia e della misericordia”. Dalle stesse pagine dello Statuto avrebbe ricordato che la coerenza non è rigidità, ma unità di vita; che la mitezza non è debolezza, ma forza capace di disarmare; che la libertà non è neutralità, ma responsabilità. È una lezione che chiede all’AC di oggi di non cedere alla tentazione della semplificazione o dell’autoreferenzialità, ma di continuare a educare alla cittadinanza, al dialogo, alla pace, anche quando questo comporta fatica e incomprensione.
Costruire ponti nel mondo
Ricordare Vittorio Bachelet, nel giorno della sua morte, significa allora misurarsi con una profezia che non si è esaurita. Significa domandarsi se l’Azione Cattolica continua a essere quel luogo in cui il Vangelo prende forma nella storia, con libertà e coerenza. Il seme buono che egli ha affidato all’AC continua a germogliare ogni volta che sceglie di stare nel mondo senza lasciarsi possedere dal mondo, costruendo ponti e custodendo la dignità di ogni persona.













