In occasione del quarantesimo anniversario della scomparsa di Giuseppe Lazzati, avvenuta a Milano il 18 maggio 1986, si rinnova l’attenzione attorno alla sua figura di intellettuale, politico e credente. Riconosciuto Venerabile da Papa Francesco nel 2013, Lazzati ha segnato la storia del laicato cattolico italiano del Novecento. Attraverso il suo impegno nell’Assemblea Costituente, la guida dell’Università Cattolica del Sacro Cuore e la fondazione dell’Istituto Secolare Cristo Re, ha testimoniato una visione della fede profondamente inserita nelle dinamiche civili, declinando i principi del Concilio Vaticano II nell’impegno concreto per il bene comune civile e sociale.
L’eredità di un maestro e l’attualità del suo messaggio
Nel quarantesimo anniversario della morte di Giuseppe Lazzati, avvenuta a Milano il 18 maggio 1986, festa di Pentecoste, la sua figura torna a parlarci con una sorprendente attualità. La Chiesa lo ha riconosciuto Venerabile dopo che, il 5 luglio 2013, Papa Francesco autorizzò la promulgazione del decreto sulle sue virtù eroiche; l’annuncio pubblico fu poi dato il 6 novembre 2013 nella Basilica di Sant’Ambrogio, all’inizio dell’anno accademico dell’Università Cattolica, luogo nel quale Lazzati fu studente, docente e rettore. Quel riconoscimento non riguarda soltanto la vicenda spirituale di un uomo, ma illumina una delle esperienze più alte del laicato cattolico italiano del Novecento. Lazzati fu politico, costituente, studioso, educatore, rettore, fondatore di un istituto secolare, ma, forse la parola che meglio raccoglie la sua eredità è “maestro”. Maestro non perché abbia imposto una scuola chiusa, ma perché ha aiutato generazioni di cattolici a comprendere che la fede non separa dal mondo: vi introduce con maggiore responsabilità.
Il ruolo dei laici alla luce del Concilio Vaticano II
Il cuore del suo insegnamento era il Concilio Vaticano II. Lazzati tornava spesso a quel passaggio della Lumen Gentium in cui si afferma che è proprio dei laici “cercare il regno di Dio trattando le cose temporali e ordinandole secondo Dio”. Il laico, per lui, non era un cristiano di seconda linea, né un semplice esecutore di direttive ecclesiastiche: era un credente chiamato a vivere dall’interno le responsabilità della storia, della cultura, del lavoro, della famiglia, della politica e delle istituzioni. Il Concilio descrive infatti i laici come uomini e donne immersi nelle ordinarie condizioni della vita sociale, chiamati a santificare il mondo “quasi dall’interno a modo di fermento”. In questo senso Lazzati fu un testimone credibile della laicità cristiana. Antifascista, richiamato alle armi nel 1943, rifiutò di aderire alle ricostituite formazioni fasciste e fu internato in campi di concentramento in Polonia e Germania. Dopo la guerra partecipò alla ricostruzione civile del Paese: nel 1946 fu eletto nel Consiglio comunale di Milano, poi membro dell’Assemblea Costituente e parlamentare. Con Giuseppe Dossetti e Amintore Fanfani diede vita a esperienze di riflessione politica come Civitas Humana, il gruppo Servire e la rivista Cronache Sociali.
La guida dell’Università Cattolica e l’Istituto Secolare Cristo Re
La sua presenza nella storia italiana non fu episodica. Dopo l’impegno politico diretto, tornò all’università e alla formazione del laicato. Nel 1939 aveva conseguito la libera docenza in Letteratura cristiana antica; nel 1968, nel pieno della contestazione universitaria, fu chiamato a guidare l’Università Cattolica del Sacro Cuore, incarico che mantenne fino al 1983. Furono anni difficili, attraversati da conflitti culturali, tensioni sociali e terrorismo; Lazzati li visse cercando di fare dell’università un luogo serio di ricerca, di educazione e di confronto, alla luce della Rivelazione cristiana e nel rispetto dei metodi propri delle diverse scienze. Accanto all’università, un posto decisivo ebbe la sua vocazione alla consacrazione laicale. Nel 1939 diede vita ai Milites Christi, realtà che nel 1969 assunse il nome di Istituto Secolare Cristo Re. Anche qui emerge la sua intuizione fondamentale: essere totalmente di Dio senza uscire dal mondo, vivere la radicalità evangelica dentro la storia ordinaria, mostrare che la santità non è estranea alla professione, alla cittadinanza, allo studio, alla politica, alla responsabilità sociale.
Costruire la città dell’uomo: una consegna civile
Per spiegare questa presenza cristiana nel mondo, Lazzati amava richiamare anche l’antica Lettera a Diogneto. In quel testo i cristiani sono descritti come pienamente inseriti nella vita comune: abitano la propria patria, partecipano ai doveri dei cittadini, osservano le leggi, ma con la loro vita mostrano una misura più alta. È una delle immagini più limpide della laicità cristiana: non fuga dal mondo, non confusione con il mondo, ma presenza libera, responsabile, capace di fermentare la storia. Negli ultimi anni Lazzati concentrò la sua riflessione su un’espressione che è diventata il suo testamento civile: “costruire la città dell’uomo”. Nel 1984 pubblicò La città dell’uomo. Costruire, da cristiani, la città dell’uomo a misura d’uomo; nel 1985 nacque l’associazione Città dell’uomo. Per lui la politica non era un terreno da disprezzare né uno spazio da occupare in nome della religione, ma un luogo in cui il cristiano è chiamato a cercare il bene comune, a pensare con competenza, a discernere, a collaborare con tutti senza rinunciare alla propria coscienza. A quarant’anni dalla morte, il messaggio di Lazzati appare ancora necessario. In un tempo segnato dalla sfiducia verso la politica, dalla frammentazione sociale e dalla tentazione di ridurre la fede a identità difensiva, egli ricorda che il cristiano laico non può rifugiarsi nell’intimismo né delegare ad altri la costruzione della convivenza civile. La fede, quando è autentica, non allontana dalla storia: educa a starvi dentro con libertà, competenza, mitezza e responsabilità. Le sue ultime parole, “costruite l’uomo… costruite l’uomo”, restano una consegna spirituale e civile. Costruire l’uomo significa formare coscienze, servire la verità, custodire la dignità di ogni persona, non separare mai la fede dalla responsabilità. Per questo Lazzati non è soltanto una figura da ricordare, ma un maestro da riascoltare. Paolo VI scriveva nell’Evangelii Nuntiandi che l’uomo contemporaneo ascolta più volentieri i testimoni che i maestri, e ascolta i maestri quando sono testimoni. In Giuseppe Lazzati queste due parole si sono incontrate: maestro perché testimone, testimone perché capace di insegnare con la vita.













