Uno dei capitoli del sussidio diocesano per la pastorale battesimale è incentrato sull’uso distorto del termine “battesimo” in ambito mafioso. A curare questo approfondimento è don Antonino Iannò, parroco di Arghillà, che spiega come «la struttura organizzativa della ‘ndrangheta prevede l’ingresso nell’associazione attraverso il rito del battesimo. Il figlio degli esponenti più importanti lo riceve – come una sorta di predestinazione – poco dopo la nascita e, fino ai 14 anni, età minima per entrarvi, è definito “mezzo dentro e mezzo fuori”. Gli altri, invece, vengono battezzati con una vera e propria cerimonia, un rituale solenne all’interno del quale il “novizio” giura fedeltà supportato dal mafioso che lo presenta e che garantisce con la sua stessa vita. La “sacralità” dei gesti viene ulteriormente rafforzata dal giuramento “nel nome di Nostro Signore Gesù Cristo” alla presenza di un effigie di San Michele Arcangelo e da altri eventuali e studiati richiami religiosi. Esaminando le parole e i gesti del rito – spiega don Iannò – si rileva come la persona che entra nella società per scelta o per condizionamento, deve liberarsi dei legami di sangue: il padre, la madre, i fratelli; deve denudarsi per immergersi totalmente nella nuova famiglia».










