La solitudine del camice bianco

L’escalation dei comportamenti aggressivi contro medici e infermieri assume i contorni di un fenomeno sociale sempre più complesso

L’escalation dei comportamenti aggressivi e intimidatori ai danni di esercenti le professioni sanitarie o socio-sanitarie, avvenute in più parti, rappresenta un fenomeno sociale che assurge, sempre più, a manifestazione che richiede una lettura di certo non univoca ma più complessa.

Una violenza inaudita, perpetrata ai danni di professionisti della cura, più volte decantati come eroi della pandemia.


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A onor del vero, la Federazione nazionale degli ordini dei medici (FNOMCEO), monitora da anni il fenomeno di tali episodi di intolleranza. Prima della pandemia il dato, sottostimato, registrava 1500 casi l’anno.

Misfatti, del tutto deprecabili, probabilmente originati anche da una profonda crisi del nostro Ssn che spinge i cittadini-pazienti, a percepire il personale medico come volto di un sistema che fatica a ripartire dopo il periodo dell’emergenza sanitaria.

Ma a ben vedere, c’è un’altra questione che lascia interrogativi aperti, ovverosia la salute psichica di un’intera popolazione, notevolmente infragilita e disorientata, che si è trovata contestualmente a fronteggiare senza adeguati strumenti interpretativi, lockdown, emergenza pandemica, conflitto bellico e povertà economica, così da smarrire i principali principi del codice etico.


PER APPROFONDIRE: Medici aggrediti in ospedale, il commissario del Gom chiede al governo azioni incisive


Detto ciò sarebbe auspicabile agire sul versante preventivo, mediante una rivisitazione dei modelli organizzativi per comprendere e rimuovere i fattori scatenanti che a volte si annidano in una gestione inefficace e approssimativa della presa in carico nell’accezione più ampia. Ad esempio, a fare da miccia per l’innesco di esplosioni di rabbia, è il disagio dei pazienti per le lunghe attese, la carenza di informazioni, la negazione di uno spazio comunicativo che è esso stesso tempo di cura, dove poter esprimere paure, ansie e aspettative.

È più che una suggestione l’allarme burnout dei medici e degli infermieri, soprattutto delle unità operative di pronto soccorso, sottoposti a carichi di lavoro e di stress eccessivi che perdono così empatia fino allo scadimento del grado di performance. L’operatore si autopercepisce solo nel quotidiano agire aziendale, alle prese con diverse procedure amministrative e compilazioni di cartelle cliniche elettroniche.

A determinare ciò soprattutto una carenza del personale sanitario come simbolo di un Ssn moribondo, che perde sempre più appeal se si considera la grande fuga all’estero di molti giovani, ben ventimila, pronti a lasciare il nostro Paese perché insoddisfatti delle proprie condizioni di vita (retribuzioni) e di lavoro.


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Dunque, non tutelare i camici bianchi, costituisce un’insidia nefasta per la sostenibilità dell’intero sistema, già afflitto da numerose criticità che perdurano da più di quindici anni, a causa di un complessivo definanziamento della sanità pubblica.

Ordunque si dia piena applicazione alla legge nel perseguire ogni forma di violenza verbale, fisica o psicologica ma il decisore politico, senza alcuna precomprensione dal sapore propagandistico, si adoperi per ritessere fiducia e un nuovo patto sociale con il cittadino.

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