Cari ragazzi, è il momento di restare uniti. Anche se a distanza

Un prof di filosofia, Francesca Crisarà, si rivolge ai suoi alunni: oltre la didattica online, ciò che serve è non perdere il senso di «normalità» nella vita di ciascuno

L’Italia zona rossa mi ha spinto a scrivere di getto un messaggio ai miei studenti, esortandoli ad essere responsabili, ad assumere un atteggiamento serio nei riguardi della vita, di loro stessi, di quanti amano e di quanti neanche conoscono ma con cui condividono l’appartenenza alla famiglia umana. Mi hanno risposto con poche parole e con tanti cuori, di tutte le dimensioni, emoticon pulsanti di emozioni ma mancanti di parole. Gli adolescenti pare ne conoscano poche, ancor più adesso: il momento è sconosciuto e ciò di cui si parla è un qualcosa che si forma davanti ai loro e nostri occhi, attimo dopo attimo. Dobbiamo, dunque, trovare le parole per farcene dono.
Parole per dirci che abbiamo una paura che non dobbiamo nascondere sotto facili scrollate di spalle o feste dei 100 giorni. Pascal aveva chiamato tutto questo divertissement: allontanare/divertere la mente dal problema per immergersi in un fittizio mondo di zucchero filato destinato a sciogliersi lasciando solo un triste stecco di legno.

Se i miei ragazzi mi stanno leggendo vorrei dire loro che ci sono cose che si devono fare perché si devono fare, kantianamente: occorre seguire ed applicare le indicazioni che le istituzioni ci propongono e impongono; dobbiamo “restare in casa” per salvaguardare la nostra salute, quella dei nostri familiari, quella di chi in ospedale lotta per la vita, quella di chi sarà contagiato ed avrà bisogno di posti in Rianimazione. Dobbiamo rispettare le regole, cosa che ci viene difficile perché ci sentiamo forti e attraversati da un impalpabile senso di immortalità.

Dobbiamo assumere come direttrici delle nostre azioni il principio precauzionale e quello solidaristico, connessi tra loro dal riconoscimento della nostra essenza relazionale. È vero, il tempo che si allarga davanti ai nostri occhi sembra dire il contrario: un tempo di chiusura, solitudine, di assenza di contatti fisici. Non è una cancellazione, ma solo una sospensione che va vissuta in modo rivoluzionario ed antico.

Cari ragazzi, se davvero mi state leggendo, vi dico che al di là delle classi virtuali e delle piattaforme su cui noi docenti vi stiamo richiamando per mantenere il normalizzante ritmo dell’attività scolastica, il vero apprendimento è un altro e ci vede tutti impegnati.
Dobbiamo imparare a #restareincasarestandouniti, l’unico hashtag che ha senso. Non è facile ma ce la faremo. E capiremo che è il tempo della vita vera, quella concreta ad interessarci, nel senso che ci tocca, ci attraversa e ci spiaggia, forse per un attimo. La saggezza sta nel riconoscere il respiro dell’esperienza incalzante: con le sue incertezze, i timori, le ansie, le assenze, le perdite. Perché – ricordatelo – è possibile sempre il tempo della ricomposizione, della gioia, del sorriso, dell’affidarsi e del consolare; tale tempo sicuramente verrà dopo questi giorni dell’incontrario. La saggezza, quella vera, la life–skill per eccellenza, sta nell’accoglienza dei tempi difficili e nell’attesa paziente di quelli del conforto.

Ci stiamo arrampicando con le nostra corde e i nostri puntelli, accompagnati da chi amiamo e fa cordata con noi, da vicino e da lontano. Ma facciamola questa cordata, dai! Improvvisiamoci scalatori: ne abbiamo, ne avete la forza. * docente di filosofia

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