Avvenire di Calabria

Scegliere di donare la propria vita per la catechesi e il primo annuncio vuol dire rispondere a una chiamata

Santoro: «Essere catechista vuol dire rispondere a una vocazione»

Santoro: «L’adesione all’Azione cattolica, fin da accierrina, mi ha fatto maturare: è un sì alla Chiesa»

di Eugenia Santoro

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Eugenia Santoro ci racconta la sua vocazione: svolgere il servizio di catechista nella comunità parrocchiale del Santissimo Salvatore. Ecco la sua testimonianza dove spiega perché ogni anno decide di mettersi nuovamente in gioco.

La vocazione della catechista

Scegliere di donare la propria vita per la catechesi e il primo annuncio vuol dire rispondere a una chiamata. Attraverso la voce del parroco, Dio mi ha chiamata più di vent’anni fa ad annunciare il suo Vangelo. La mia è stata una semplice adesione alla sua chiamata, il mio dire «Sì, eccomi».


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L’adesione all’Azione cattolica, fin da accierrina, mi ha fatto maturare la consapevolezza che il sì che pronunciamo ogni anno all’associazione è un sì alla Chiesa e al servizio all’interno della stessa. Un sì che non è soltanto una parola, ma che diventa azione nella vita pastorale.

Aiutare bambini, ragazzi, giovani e adulti a conoscere e ad amare sempre di più il Signore, è una delle avventure educative più belle: si costruisce la Chiesa.

L’essere catechista è una vocazione che ha coinvolto la mia vita, accresciuta nel tempo dal servizio, prestato in diverse parrocchie della diocesi. Mi impegno quotidianamente a guidare le persone che mi vengono affidate all’incontro con Gesù, con le parole e con la vita, ma soprattutto con la testimonianza, perché come disse papa Benedetto XVI: «La Chiesa non cresce per proselitismo. Cresce per attrazione». Oggi, infatti, quello che attrae è proprio la testimonianza. Essere catechista significa dare testimonianza della fede, non soltanto nell’ambito ecclesiale ma in ogni momento della propria vita: in famiglia, a lavoro, nei rapporti con quanti il Signore mette sulla nostra strada.

È un compito che va svolto con gioia, caratteristica necessaria per l’annuncio nella catechesi: io mi sento portatrice di gioia, anzi della felicità che nasce dal sentirmi figlia amata dal Padre. Mi piace sapere che la mia gioia è contagiosa, attraente, così come lo è l’amore di Dio per ognuno di noi. Ciò non vuol dire che sia una missione facile: richiede un grande impegno, soprattutto per riuscire ad annunciare la Parola con metodi e linguaggi che siano al passo con i tempi.

È una vera e propria sfida e anche se, pur lavorando con impegno, non arrivano i risultati sperati, bisogna sempre ricordare che la fede è la migliore eredità che, come cristiani, possiamo lasciare! E poi, c’è sempre la preghiera a darmi la forza: ho fatto mie le parole del salmo: «Renderò grazie al Signore con tutto il cuore, annuncerò tutte le sue meraviglie».


PER APPROFONDIRE: Catechesi e disabilità, un “tabù” ampiamente sfatato


Essere accompagnatore nel cammino di fede del prossimo, infatti, porta anche a riscoprire e approfondire le ragioni della propria fede. Quindi guida, sì, ma sempre in cammino, perché la Parola, in ogni momento della vita di un cristiano, è una Parola che semina germogli sempre nuovi se le permettiamo di cadere su di un terreno fertile.

Auguro ad ogni cristiano di sentirsi chiamato ad annunciare Cristo, in virtù del Battesimo che ha ricevuto, e di non avere paura di esprimere il suo «Sì, eccomi», come ho fatto io tanto tempo fa, pur nel timore di non essere all’altezza, ma certa che la Sua mano forte non mi lascia da sola e che, come diceva Madre Teresa di Calcutta, «io non sono che una matita nelle mani di Dio».

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