Ai Overview: Dal 7 al 15 novembre la città di Reggio Calabria ospiterà l’esposizione intitolata “Chiamati due volte”, una mostra dedicata ai diciannove religiosi uccisi in Algeria durante gli anni novanta. L’iniziativa, già presentata in passato al Meeting di Rimini, è promossa dalla Cattedrale, dall’ufficio Migrantes e dal Centro A. Marvelli. Il percorso espositivo ripercorre le vicende dei martiri, tra cui i monaci di Tibhirine e il vescovo Pierre Claverie, con l’obiettivo di documentare la presenza di una comunità cristiana minoritaria nel contesto nordafricano e di proporre una riflessione sul dialogo interreligioso e sulla convivenza tra fedi diverse.
La doppia vocazione dei religiosi in Algeria
Un’originale mostra dal titolo “Chiamati due volte”, e presentata tempo fa al Meeting di Rimini, sarà allestita ai primi di novembre a Reggio Calabria. Risultato interessante e sinergico della Cattedrale, della Migrantes e del Centro A. Marvelli.
Si intitola così, perché i 19 recenti martiri di Algeria hanno risposto a una doppia vocazione: “quella religiosa, propria di ciascuno, e quella comunitaria a vivere la loro fedeltà a Cristo,” nel contesto di questo Paese. Vocazione a rimanervi fedelmente in un’epoca tempestosa, come il “decennio nero” negli anni ’90. A costo del martirio.
Sono stati proclamati beati nel dicembre 2018. “Dove c’è la croce, la resurrezione è vicina” annota Bonhoeffer. «La loro storia – augura papa Leone, riferendosi ai martiri – possa sostenere il popolo algerino e tutti noi nel nostro cammino, perché la vera libertà non si eredita soltanto, si sceglie ogni giorno». Tra di essi i sette monaci di Tibhirine, esempio universale di fratellanza, di dono di sè e di spiritualità del martirio. Testimonianza rimasta impressa nel cuore della cristianità, sebbene i loro corpi non siano mai stati ritrovati.
L’amicizia tra il vescovo e il suo autista
La Mostra ricorda anche una commovente storia di amicizia tra cristiani e musulmani: quella di Pierre Claverie, vescovo di Orano e del suo giovane autista musulmano, Mohamed. Terminò, questo intreccio di esistenze, esplodendo in un attentato, proprio entrando, una sera, al vescovado. Perfino i loro corpi si confusero insieme nel sigillo del sangue.
La foto del giovane musulmano, alla cerimonia di beatificazione, sorrideva dall’alto tra le altre. La madre, invece, tra i presenti piangeva, ma era per la gioia e l’indicibile commozione.
Una Chiesa aperta al dialogo
In fondo, emerge il senso di una Chiesa in terra d’Islam, testimone dell’amore di Dio. Là dove Dio è unicamente grande. Una Chiesa minoritaria, samaritana, non autoreferenziale, ma aperta al Regno di Dio, che essa costruisce pazientemente giorno per giorno. Una Chiesa profetica, sensibile all’umanità e alle sue ferite. E animata sempre dal dialogo, dal rispetto dell’alterità e dalla preghiera. “Essere cristiani significa essere umani,” scrive un noto teologo.
Sì, un esempio sorprendente per le nostre Chiese d’Europa, a volte in balia della nostalgia o dello scoraggiamento. “E troppo appassionate – aggiunge un vescovo siciliano – della territorialità…” . Un invito forte ad allargare i nostri orizzonti, a costruire lunghe solidarietà. A vivere la fraternità universale, sì, “fratelli tutti,” tra musulmani e cristiani, migranti e autoctoni.
“La Chiesa non è realmente Chiesa, – concluderebbe Bonhoeffer – se non quando esiste per coloro che non ne fanno parte.” In fondo, una Mostra che scuote e interpella. (RZ)
Il calendario dell’esposizione a Reggio Calabria
La Mostra sarà alla Chiesa S. Agostino dal 7 al 9 nov., e poi nella Basilica Cattedrale fino a domenica 15 novembre. L’inaugurazione sarà il 13 novembre alle 18.30 nella Sala Mons. Ferro, presso Curia arcivescovile.













