Ai Overview: Dal 2 al 4 settembre, i giovani presbiteri dell’Arcidiocesi di Reggio Calabria-Bova hanno partecipato a un itinerario formativo in Basilicata, guidati dall’arcivescovo Fortunato Morrone e dal delegato per i giovani preti don Simone Vittorio Gatto. L’iniziativa ha unito momenti di spiritualità, confronto e scoperta culturale, toccando tappe significative come i Sassi di Matera, le Dolomiti Lucane e i siti storici della Magna Grecia. L’esperienza è stata strutturata per rafforzare la fraternità sacerdotale e consolidare la formazione permanente attraverso la condivisione quotidiana, la preghiera e l’ascolto. Durante il percorso, i sacerdoti hanno riflettuto sulla propria vocazione e sull’importanza di vivere il ministero non individualmente, ma in costante cammino e dialogo con il vescovo e la comunità.
Il senso del viaggio formativo e la condivisione fraterna
Dal 2 al 4 settembre i giovani sacerdoti dell’Arcidiocesi di Reggio Calabria-Bova, accompagnati dall’arcivescovo Fortunato Morrone, hanno vissuto tre giorni tra Matera, le Dolomiti Lucane e la Magna Grecia. Un’esperienza pensata come tappa del cammino formativo annuale e come occasione per riscoprire la fraternità sacerdotale, lasciandosi interrogare dalla Parola, dalla storia e dalla bellezza.
Ci sono viaggi che permettono di conoscere luoghi nuovi e altri che, attraverso i luoghi, aiutano a guardare con occhi nuovi il proprio cammino. È stato questo lo spirito dell’esperienza vissuta, dal 2 al 4 settembre, dai giovani presbiteri dell’Arcidiocesi di Reggio Calabria-Bova, accompagnati dall’arcivescovo mons. Fortunato Morrone e dal delegato per i giovani preti Don Simone Vittorio Gatto, che nel corso dell’anno ne ha seguito il percorso formativo.
Tre giorni pensati non semplicemente come una pausa dalle attività pastorali, ma come un tempo di fraternità, spiritualità e cultura. Il viaggio stesso è diventato parte dell’esperienza: condividere la strada, i pasti, la preghiera, la scoperta di luoghi nuovi e anche la semplicità dei momenti informali ha permesso ai sacerdoti di ritrovare quella dimensione fraterna che costituisce una parte essenziale della vita presbiterale.
L’incontro con la storia e le bellezze del territorio
La prima tappa è stata Matera, città nella quale la storia sembra essere custodita dalla pietra. La visita ai Sassi, al Palombaro Lungo, alla Casa Grotta e ai luoghi panoramici della città ha offerto l’occasione per entrare in contatto con una vicenda umana e culturale nella quale povertà, ingegno, fede e capacità di abitare il territorio si intrecciano profondamente.
Particolarmente significativo è stato anche l’incontro con il vescovo di Matera, che, accogliendo il gruppo, ha richiamato il valore di una città carica di storia e la possibilità di lasciarsi provocare da ciò che i luoghi raccontano. La cultura, in questa prospettiva, non rimane qualcosa di esterno alla vita sacerdotale: diventa uno spazio nel quale imparare nuovamente ad ascoltare l’uomo e le sue domande.
Il viaggio è proseguito il 3 settembre attraverso le Dolomiti Lucane. Il 4 settembre, invece, il percorso ha condotto verso la Magna Grecia e lo Ionio, con le tappe di Metaponto e delle Tavole Palatine, Roseto Capo Spulico e il Castello Federiciano. Paesaggi e testimonianze appartenenti a epoche differenti hanno così composto quasi una piccola geografia della memoria: la pietra, le montagne, le rovine, il mare hanno accompagnato un itinerario nel quale la contemplazione della bellezza si è unita alla possibilità di stare insieme senza la pressione degli impegni ordinari.
Le riflessioni dell’Arcivescovo durante le celebrazioni eucaristiche
Al cuore dei tre giorni sono rimasti però la preghiera e la celebrazione dell’Eucaristia, momenti nei quali mons. Morrone ha avuto modo di rivolgersi più direttamente ai giovani sacerdoti.
L’Arcivescovo ha richiamato anzitutto una prospettiva fondamentale: il ministero sacerdotale è un cammino di santificazione vissuto insieme al popolo di Dio. Il sacerdote non si pone dinanzi alla comunità come un uomo già arrivato o come colui che parla dall’alto di una perfezione acquisita. È anch’egli un discepolo che cammina, un uomo che quotidianamente permette alla Parola di Dio di plasmarlo e convertirlo.
Da qui il richiamo alle parole dell’apostolo Paolo: «Noi abbiamo il pensiero di Cristo» (1Cor 2,16). Non si tratta di possedere Cristo, ma di lasciarsi progressivamente conformare a Lui, perché il suo modo di pensare, guardare, amare e servire possa diventare sempre più il criterio del ministero.
Mons. Morrone ha richiamato inoltre una delle consegne ricevute da ogni ministro ordinato nella liturgia dell’ordinazione diaconale: credere sempre ciò che si proclama, insegnare ciò che si è appreso nella fede, vivere ciò che si insegna. Una consegna che impedisce di ridurre la predicazione alla semplice comunicazione della propria esperienza personale. Il Vangelo non trae la sua verità dalla coerenza di chi lo annuncia: precede il ministro, lo supera e continuamente lo chiama alla conversione. Proprio per questo il sacerdote è chiamato, giorno dopo giorno, a lasciare che la propria esistenza venga raggiunta e trasformata da quella stessa Parola che è mandato ad annunciare.
Nel giorno della memoria di san Gregorio Magno, l’Arcivescovo ha inoltre richiamato la figura del grande papa e pastore, tradizionalmente ricordato come uomo «insigne per vita e parola». Due dimensioni che non possono essere separate: la parola del pastore domanda una vita che continuamente cerchi di lasciarsene plasmare, mentre la vita trova nella Parola la propria misura e la propria sorgente. Non la pretesa di una testimonianza senza fragilità, dunque, ma la disponibilità a una conversione che accompagna l’intera esistenza del ministro.
Il valore del cammino comune oltre la pastorale ordinaria
È forse proprio qui che si comprende il significato più profondo dell’esperienza. Prendersi cura della fraternità tra sacerdoti non è qualcosa di marginale rispetto alla pastorale. Un presbiterio capace di camminare insieme, pregare insieme, confrontarsi, conoscersi e condividere anche la bellezza di un viaggio può diventare maggiormente capace di vivere il ministero come comunione e non come esperienza individuale.
Per i giovani sacerdoti, in particolare, poter condividere alcuni giorni con il proprio Vescovo significa anche sperimentare una vicinanza che va oltre gli appuntamenti istituzionali. Il tempo disteso del viaggio permette domande, racconti, ascolto e confronto; crea quello spazio umano nel quale anche la formazione permanente può assumere il volto concreto di una relazione.
Matera e la Basilicata sono diventate così non soltanto la destinazione di un viaggio, ma lo scenario di una comunità in cammino. Una comunità che non nasconde la fatica e la fragilità del ministero, ma sceglie di attraversarle insieme; che riconosce nella cultura e nella bellezza luoghi nei quali Dio può ancora educare lo sguardo; che torna alle proprie comunità non con la pretesa di essere arrivata, ma con il desiderio di continuare il cammino.
Perché anche il sacerdote rimane sempre un discepolo. E forse la fraternità serve proprio a ricordargli che la strada verso la santità non si percorre da soli, ma insieme al popolo che gli è affidato e insieme ai fratelli con i quali condivide la stessa chiamata e lo stesso ministero.














Una risposta
La chiesa ha bisogno di giovani sacerdoti capaci di sapere confrontarsi con tutti, e per fare questo il Vangelo non basta leggerlo in chiesa, bisogna viverlo per strada confrontandosi con chi deve superare tutto gli ostacoli che la vita ci mette davanti.