Avvenire di Calabria

Il direttore de “Il Nuovo Torrazzo” e di Radio Antenna5, realtà editoriali della diocesi di Crema, riflette sull’importanza dei media cattolici

Comunicazioni sociali, don Zucchelli: «Il dibattito crea comunità»

A suo dire, infatti, la comunicazione assieme alla scuola rappresenta la grande sfida da non perdere: «L’educazione è un bene primario»

di Davide Imeneo

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Oggi si celebra la 56esima Giornata mondiale delle Comunicazioni sociali. Don Giorgio Zucchelli ha trascorso una vita a servizio della comunicazione nella Chiesa. Attualmente è il direttore de “Il Nuovo Torrazzo” e di Radio Antenna5 presso la diocesi di Crema.

Don Zucchelli analizza l'importanza degli strumenti per le comunicazioni sociali

Già presidente nazionale, oggi è delegato della Federazione italiana settimanali cattolici (Fisc) per la Lombardia e da pochi giorni ha concluso l’esperienza di presidente dell’Unione stampa periodica italiana (Uspi) di cui è stato nominato presidente onorario. Lo abbiamo intervistato.

Alla luce della sua esperienza, può dirci qual è il ruolo dei settimanali cattolici all’interno della Chiesa diocesana?

Il settimanale diocesano è la voce con cui la Chiesa locale parla al mondo. Innanzitutto a tutti i cittadini del territorio di diffusione. Racconta la vita della gente, anche di coloro di cui nessuno si interessa, riferisce degli avvenimenti che accadono in ogni settore della società, il tutto con il taglio della visione cristiana della vita. In tal modo il giornale diventa uno strumento di evangelizzazione che si apre al mondo. La testata diocesana intesse poi una comunicazione all’interno della comunità cristiana e diventa uno strumento di comunione, sia nel raccontare la vita quotidiana delle tante Chiese locali, sia nel confronto e nel dibattito. Un terzo compito è la pubblicazione di informazioni di servizio di ogni tipo che aiutano i lettori a vivere bene la vita sociale: è questo un gesto di fraternità e di carità.


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Ci può raccontare un aneddoto vissuto in questi anni che può farci capire quanto sia importante per una diocesi avere un Settimanale “incisivo”?

Gli episodi potrebbero essere tanti, dai complimenti delle persone che mi fermano per strada facendo riferimento a un preciso articolo; alle proteste che arrivano abbondanti quando decidiamo di togliere un servizio che riteniamo di poca utilità e siamo costretti a rimetterlo subito, in quanto ci accorgiamo che in realtà è molto seguito. Varie volte, ad esempio, i lettori mi fermano affermando che aspettano Il Torrazzo di sabato per sapere come è veramente accaduto un evento, al di là della disinformazione diffusa.

Durante gli anni è accaduto che alcuni vescovi decidessero di chiudere i settimanali diocesani.

Certamente una scelta sbagliatissima. È una diocesi che chiude la sua bocca e non parla più al mondo. I motivi possono essere due: perché si vendono poche copie; perché si registra un deficit notevole. Se il giornale non vende significa che non è fatto come dovrebbe essere fatto. Prima di chiuderlo si cerchi di rinnovarlo. Un giornale non vende quando è solo di pensiero e di notizie ecclesiastiche. Bisogna passare al racconto della vita sociale di tutti i giorni e all’inserimento di rubriche e servizi appetibili. Il giornale ha un deficit da sostenere? In quanti altri settori le diocesi impiegano soldi a fondo perduto? I contributi dell’8xmille prevedono, del resto, una parte riservata alle comunicazioni sociali. Se anche la diocesi dovesse investire dei soldi non è uno scandalo: il giornale è uno strumento di evangelizzazione come e forse più di tanti altri.

Alcune volte capita di sentir dire che i soldi spesi per un settimanale sono sprecati...”meglio spenderli per la carità”.

Oggi nella Chiesa va per la maggiore il servizio della “carità materiale”. È purtroppo messo da parte il servizio della “carità spirituale”. In particolare vi sono due settori molto trascurati, la scuola e la comunicazione, tra cui i settimanali diocesani. Io ha responsabilità in ambedue i settori e ne sento il peso. Grazie a Dio con il mio giornale mi sono sempre sostenuto economicamente; negli anni addietro anche in abbondanza. Con la scuola invece dobbiamo fare salti mortali per riuscire a mantenere un pareggio di bilancio. Educare – di questi tempi – i ragazzi e i giovani, comunicare alla società una visione cristiana della vita attraverso un giornale è forse meno importante di pagare la bolletta del gas a una famiglia in difficoltà?


PER APPROFONDIRE: Messa universitari reggini, Morrone: «Il vero sapere è l’amore»


Parliamo di futuro. Quali sono secondo lei le prossime sfide dei Settimanali diocesani?

Non credo che i giornali a stampa cesseranno la loro vita come si sente gufare da varie parti. Soprattutto i giornali locali saranno sempre una risorsa. Certo bisognerà affiancare loro altri mezzi di comunicazione, internet e i social, ma anche radio e tv (dove esiste), in modo da realizzare una informazione globale. Bisognerà pensare in grande, scegliere pool di operatori esperti per redazioni all’altezza, studiare progetti innovativi e coraggiosi. Investire. Non basta il volontariato. Comunque non dobbiamo lasciarci vincere dalla sfiducia, dobbiamo crederci e coinvolgere sempre più persone convinte.

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