Dilexi te, i margini al centro della Chiesa

«La realtà si vede meglio dai margini»… è il rovesciamento del punto d’osservazione che toglie alle periferie l’etichetta di “problema” e le riconsegna come luogo in cui il senso delle cose si lascia leggere con più nitidezza
Dilexi te

«Una Chiesa che non mette limiti all’amore, che non conosce nemici da combattere, ma solo uomini e donne da amare, è la Chiesa di cui oggi il mondo ha bisogno»

È uscita pochi giorni fa l’Esortazione apostolica Dilexi te, firmata da Papa Leone XIV il 4 ottobre, festa di san Francesco d’Assisi. Il testo, tra tanti temi, ne propone uno molto scomodo: lo sguardo sulla realtà si impara stando dalla parte di chi resta indietro. Papa Prevost lo chiarisce in modo fermo: «la realtà si vede meglio dai margini»… è il rovesciamento del punto d’osservazione che toglie alle periferie l’etichetta di “problema” e le riconsegna come luogo in cui il senso delle cose si lascia leggere con più nitidezza. Dentro questa chiave si capisce anche l’identità ecclesiale che l’Esortazione rilancia.



Se «esiste un vincolo inseparabile tra la nostra fede e i poveri», allora la fede non è un insieme di princìpi sospesi sopra la storia che ci consegniamo da una generazione all’altra, ma la carne stessa della storia quando è toccata, ascoltata, condivisa. Quindi il testo, proprio in virtù di questa identità ecclesiale, chiede alla Chiesa di non accontentarsi delle buone intenzioni: occorre riconoscere nei poveri un’autorità interpretativa, capace di smascherare tanto il fatalismo delle statistiche quanto l’ideologia del merito che assolve i forti e colpevolizza i fragili. C’è un passaggio teologico essenziale che Dilexi te richiama con parole antiche e sempre nuove: «la carità non è un percorso opzionale, ma il criterio del vero culto».

Se il culto non produce giustizia e prossimità, tradisce la propria radice: si tratta di togliere dal centro il proprio io — personale ed ecclesiale — per far posto a chi, agli occhi del mondo, non conta. Lì, ricorda il Papa, la Chiesa ritrova il suo baricentro evangelico, non perché i poveri siano migliori degli altri, ma perché rivelano senza orpelli il volto di Cristo. Dal testo del documento emerge l’immagine di Chiesa che ha in mente Leone XIV: una comunità che preferisce lasciarsi ferire dalla realtà, senza aggiungere rumore al rumore, ma cercando e proponendo parole che nascono da occhi che hanno visto, perché nelle periferie il Vangelo ha più spazio per essere ascoltato.


PER APPROFONDIRE: Oltre il mito del self-made man. Ascolta il Podcast dell’arcivescovo Morrone


In fondo, è la sola strada per evitare che il povero resti un’idea pastorale senza un volto: «Una Chiesa che non mette limiti all’amore, che non conosce nemici da combattere, ma solo uomini e donne da amare, è la Chiesa di cui oggi il mondo ha bisogno». Dal margine, ogni cosa torna alla sua misura vera

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