Domani l’anniversario del pio transito dell’arcivescovo Ferro, Reggio ricorda il suo arcivescovo

Nunnari con Ferro

La figura di Monsignor Giovanni Ferro continua a brillare nella memoria collettiva, non solo come pastore della Chiesa reggina, ma come testimone di un coraggio civile rimasto a lungo confinato nel silenzio. La recente piantumazione di un albero in suo onore presso il Giardino dei Giusti di Milano ha svelato un tassello fondamentale della sua biografia: il salvataggio di un giovane ebreo, Roberto Furcht, durante i mesi bui dell’occupazione nazista a Como. Questo riconoscimento si aggiunge al percorso di venerabilità e racconta la coerenza di un uomo che, prima di affrontare le sfide sociali della Calabria del dopoguerra e le tensioni dei Moti del 1970, aveva già messo a rischio la propria vita per la libertà altrui, senza mai rivendicarne il merito.

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Il coraggio silenzioso al Collegio Gallio di Como

Un mese fa, al Monte Stella di Milano, nel Giardino dei Giusti dell’Umanità di tutto il mondo, è stato piantato un albero per monsignor Giovanni Ferro; una cerimonia sobria, come sobrio era l’uomo che ha voluto onorare: il venerabile arcivescovo di Reggio Calabria e Bova, scomparso il 18 aprile 1992, di cui domani ricorre il trentaquattresimo anniversario della morte. La proclamazione a Giusto della Società Civile, avvenuta lo scorso 11 marzo su impulso della Fondazione Gariwo, dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane e del Comune di Milano, ha riportato alla luce un capitolo della vita di Ferro che lui stesso non volle mai raccontare.

Negli anni dell’occupazione nazista, da rettore del Pontificio Collegio Gallio di Como, accolse sotto falso nome il giovane studente ebreo Roberto Furcht, sottraendolo ai rastrellamenti e alla deportazione…una scelta rimasta segreta per decenni, di cui l’arcivescovo non parlò neppure dopo la Liberazione. A rivelare i fatti fu lo stesso Furcht, molti anni dopo. «Mi chiamo Roberto Furcht, ho ottant’anni e sono qui per rendere omaggio alla memoria del padre somasco e vescovo Giovanni Ferro, che mi accolse al collegio Gallio, qui a Como, durante l’occupazione nazista e al quale debbo la salvezza della vita», disse nel maggio 2009 durante una giornata di omaggio organizzata dai padri somaschi del collegio. Furcht raccontò che Ferro gli fornì documenti falsi pochi giorni dopo il suo arrivo e che per tutto il periodo della permanenza al Gallio non gli chiese mai il pagamento della retta; fu il figlio di Roberto, il professore Andrea Furcht, a proporre il nome dell’arcivescovo per il riconoscimento al Giardino dei Giusti.

La carità senza confini e l’arrivo a Reggio Calabria

Nello stesso collegio, all’indomani del 25 aprile 1945, Ferro ospitò e tenne nascosti tre giovani della famiglia Mussolini…questa scelta dice molto del suo modo di intendere la carità: senza distinzioni, senza calcoli, senza riguardo per le appartenenze. Quella stessa carità lo accompagnò a Reggio Calabria, dove arrivò nel dicembre del 1950 come arcivescovo metropolita. Piemontese di Costigliole d’Asti, padre somasco, si trovò a governare una diocesi segnata dalla povertà e dall’isolamento. Percorse l’Aspromonte fino ai centri più remoti, fu presente durante le devastanti alluvioni del 1951, quando lanciò un appello radio alla nazione perché una gara di solidarietà riportasse speranza dove la distruzione aveva seminato rovine. L’appello fu raccolto da papa Pio XII e da pochi vescovi amici…dal resto del Paese arrivò il silenzio.

Gli anni difficili della rivolta e la mediazione

La prova più dura, però, arrivò nel 1970, con i moti di Reggio. Ferro cercò la via della mediazione e chiamò «fratelli in Dio» i membri delle forze dell’ordine, tentando il dialogo quando la piazza chiedeva altro. Fu fischiato per questo. Ma il 4 ottobre di quell’anno, oltre diecimila persone si radunarono in piazza Duomo per dirgli che la città gli voleva bene. Quando nel 1977 lasciò l’incarico per raggiunti limiti di età, il Consiglio comunale gli conferì la cittadinanza onoraria. Si ritirò a Roma, presso la comunità somasca di Sant’Alessio, ma la diocesi insistette perché tornasse, così rientrò a Reggio nel novembre del 1978 e non la lasciò più. Morì in riva allo Stretto il 18 aprile 1992, Sabato Santo, nella città che aveva scelto come sua.

Il riconoscimento delle virtù e l’eredità spirituale

I fedeli lo chiamavano «il vescovo santo» quando era ancora in vita…il 5 luglio 2019 papa Francesco ne ha riconosciuto le virtù eroiche, proclamandolo venerabile. Ora, con il titolo di Giusto per l’umanità, la sua figura acquista una dimensione ulteriore: quella di un uomo che nel momento più buio scelse di rischiare in silenzio, senza aspettarsi nulla in cambio. I resti di monsignor Ferro riposano nella cattedrale di Reggio Calabria…e a trentaquattro anni dalla morte, il suo nome continua a parlare — e questa città non ha smesso di ascoltarlo.

Una risposta

  1. Ricordo bene il suo dolce sorriso. La sua figura m’è rimasta impressa il 24.6.61, quando seduto ascoltava compiaciuto il Coro S.Paolo, diretto da don Santoro.
    Alla fine si è complimentato anche con tutti i coristi.

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