Avvenire di Calabria

Il biblista reggino analizza il testo evangelico di Luca che guiderà le celebrazioni odierne e che parla alla nostra attualità: l'assenza dell'osanna e le pietre che parlano

Oggi è Domenica delle Palme, Chiovaro: «Quel re dei deboli, costruttore di Pace»

Sulla situazione in Ucraina: «Nell’ebraico la parola pietra (eben), assomiglia alla parola figlio (ben). Gridano le pietre, gridano i figli. E se noi tacessimo non saremmo figli»

di Valerio Chiovaro

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Il biblista reggino, don Valerio Chiovaro, ci introduce nel Vangelo della Domenica della Palme. La cronaca di Luca è povera di alcuni dettagli raccontati con dovizia di particolari dagli altri evangelisti. Al centro c'è un cammino tra grida e silenzi.

Domenica delle Palme, la riflessione di don Valerio Chiovaro

La pagina del Vangelo di Luca racconta l’ingresso a Gerusalemme come un movimento di ascesa continua tra grida e silenzi. Gesù cammina davanti a tutti. Non più dietro, non sempre accanto, stavolta è davanti. Si fa egli stesso strada, orma da ricalcare nel cammino verso la città santa. Un cammino che è sempre in salita.


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Si sale a Gerusalemme dalla città di Betania, la casa di Lazzaro, paese che già profuma di resurrezione. Si passa da Betfage e si arriva sul monte degli ulivi. Si sale a Gerusalemme, ma per salirvi bisogna scendere dal monte degli ulivi. Strano, ma è proprio così. È una discesa ripida che, ancora oggi, attraversa una vasta area cimiteriale. È una discesa difficile, a metà della quale oggi, con una piccola chiesetta a forma di lacrima, si ricorda il pianto di Gesù sulla città santa (come Luca ci ricorda). Gesù piange lungo questa via, lo fa poche volte, mai nel Vangelo di Luca. Appunto, questa è una via tra pianto e gioia.

Gesù scende, nel silenzio, e lungo la via ascolta voci di gioia e piange, vedendo il tempio. Cosa succede nel suo cuore? Quanto è diverso il grido di gioia dei discepoli dal volto indurito del maestro! Cavalca un asino. L’animale della pace, non ha la forza del cavallo da guerra. Il trasporto dei poveri: affittare un asino costa meno rispetto al prezzo del cavallo. Il Gesù di Luca si presenta così come un re, ma un re povero; un re che viene in pace e per la pace (Zaccaria, 9,9). Un re che ha vinto la forza e ha conquistato la debolezza, la povertà. Un re acclamato dalla folla dei discepoli. Rispetto agli altri vangeli, in Luca la folla sembra essere ridotta. Si tratta della “folla” dei discepoli.

Non ci sono né ulivi, né palme. Solo mantelli, un piccolo corteo, e Gesù su un puledro. Anche la lode a gran voce, qui ha un contenuto particolare. Luca omette osanna, una parola ebraica (ti preghiamo) di difficile comprensione per i destinatari del suo vangelo. Nella frase gridata dai discepoli: «Benedetto colui che viene, il re, nel nome del Signore», al di là dell’aggiunta del sostantivo re, sembra riascoltare il saluto di Elisabetta a Maria (Luca, 1,42); si riaprono gli occhi dei discepoli (Luca, 13,35). Sembra avvertire il grande incoraggiamento ad Esdra (Esdra 7,27), o il Salmo 31: «Benedetto il Signore, che per me ha fatto meraviglie di grazia in una città fortificata» (versetto 22).

Preghiera che, nel Vangelo di Luca, accompagnerà Gesù fino alle ultime parole in croce: «Nelle tue mani affido il mio spirito» (31,6). Ancora una volta, gioia e dolore si uniscono. La lode dei discepoli riporta al coraggio e alla fatica della croce. Il grido al sospiro. Ma il riferimento esplicito - da parte di tutti gli evangelisti - è al salmo 118 (versetti 25-27): «Ti preghiamo, Signore: dona la salvezza! Ti preghiamo, Signore: dona la vittoria! Benedetto colui che viene nel nome del Signore. Vi benediciamo dalla casa del Signore. Il Signore è Dio, egli ci illumina. Formate il corteo con rami frondosi fino agli angoli dell’altare». Il versetto 25 nell’ebraico suona così: «Anna Adonai hoshi’a nna» è il canto dell’osanna.


PER APPROFONDIRE: Domenica delle Palme, Ripepi: «Dal dolore di esistere alla gioia dell’essere»


Qui il termine salvezza (hoshi’a) ha la stessa radice del nome Gesù. Versetto che Luca omette, a favore della frase successive: «Pace in cielo e gloria nel più alto dei cieli!». Quello della pace è un tema proprio del terzo vangelo, che qui sembra riprendere il canto degli angeli per la nascita di Gesù a Betlemme (Luca, 2,14): «Gloria a Dio nei luoghi altissimi, e pace in terra agli uomini che egli ama!». Solo che la folla dei discepoli grida pace in cielo e non pace in terra, come fanno gli angeli. Qui ci si schiude ad una pace altra, ad una pace alta. La pace di un cielo verso il quale il Maestro si muove, perché da quel cielo, possa ritornare una pace diversa, una pace che non si accontenta di vincere, ma che non vuole guerreggiare.

La prospettiva è diversa: si aprono i tempi escatologici dell’incontro tra cielo e terra. Il canto degli angeli sulla terra (pace in terra) è diventato il canto dei discepoli verso il cielo. Scendendo da quel monte terra e cielo si confondono. Non ci stupisce: il monte degli ulivi era già stato eletto da Gesù come il luogo degli insegnanti escatologici (Matteo 24,3 e seguenti). Visioni di guerra, di sconforto, di nazioni contro nazioni, di fratelli che uccidono fratelli. Discorsi molto attuali.

Ma chi è Cristo in tutto questo? Il principe della pace che, montato l’asino della mansuetudine, porta con forza un messaggio che trapassa la croce, trapassa la terra, orienta al cielo e da qui ci riporta con i piedi per terra. E tutto questo tra silenzio e grida. Visioni e lacrime. Sconforto e coraggio. Solitudine e accompagnamento. Non siamo poi così lontani dall’oggi che viviamo! Tutto, per Gesù, tra parole e silenzi scelti, mai subiti.

«Maestro falli tacere» dicono i farisei. Gesù risponde: «Se anche taceranno, parleranno le pietre». Quand’anche noi taceremo (ed il futuro è d’obbligo, rispetto al condizionale), parleranno le pietre! E oggi le pietre parlano.

Parlano le pietre della Siria, della Libia, del Libano, dell’Iran, dell’Iraq, della Ucraina. Parlano le pietre e tra queste si eleva il grido dei figli. Nell’ebraico la parola pietra (eben), assomiglia alla parola figlio (ben). Gridano le pietre, gridano i figli. E se noi tacessimo non saremmo figli. Bisogna parlare, con silenzi, simboli, lacrime e grida. Con parole pensate, pesate e pesanti.

Bisogna gridare osanna: ti preghiamo. Agitare rami e stendere mantelli, perché nella storia continui a passare il principe della pace che ci ricorda che per salire verso l’altare del tempio, bisogna percorrere la discesa dal monte degli ulivi. Cioè che non c’è via al cielo che non affondi nella verità contraddittoria della carne. Tra silenzi di dolore e grida di gioia. Tra grida di dolore e silenzi di gioia. Questo è e sarà la settimana santa della nostra vita, non solo in questo tempo di guerra, ma anche nella guerra di ogni tempo.

Anche nelle guerre che ci portiamo dentro e che, spesso, architettiamo nel nostro belligerante quotidiano. Deponiamo i mantelli, accogliamo il principe della pace. Crediamo all’osanna e chiediamo in noi e per noi, negli altri e per gli altri, il miracolo della pace.

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