Don Imeneo saluta Cataforio: «Il mio cuore è grato»

Il 28 settembre 2014 don Davide Imeneo ha fatto il suo ingresso nella parrocchia di San Giuseppe – San Salvatore a Cataforio di Reggio. Un borgo storico che, insieme a quello di San Salvatore, custodisce i resti dell’antica città di Sant’Agata. Dal 23 ottobre, però, il sacerdote reggino è stato inviato a San Cristoforo. Non è stato facile per lui salutare la comunità parrocchiale con cui ha condiviso sei anni: «Ho lasciato in sospeso tante cose, e questo ha pesato. Penso ai lavori della chiesa di Sant’Antonio, un gioiello del tardo 1500, ma anche ai tanti cantieri pastorali, come il gruppo animatori, c’era una progettualità…»

Su cosa era fondata?
Intanto c’è un’indicazione diocesana che i miei predecessori hanno attuato con estrema fatica. Nel 2000 l’arcivescovo Mondello unì le parrocchie di Cataforio e San Salvatore…fino a quel momento erano due comunità distinte e separate.
L’unificazione fu tranquilla?
Assolutamente no. Ma fu giustissima, perché anticipò il problema che sarebbe poi scaturito con lo spopolamento dei due borghi, fu un’intuizione profetica che oggi permette alla parrocchia di poter ancora impostare bene la propria pastorale. Molti criticarono la scelta di Mondello, ma si tratta di persone che confondono l’appartenenza a un paese con l’appartenenza ad una parrocchia.
Come ha guidato la gente in questo cammino di comunione?
Al dir il vero gran parte del cammino è stato fatto dai miei predecessori, padre Severino Kylondawa e don Mimmo Rodà. Entrambi hanno compiuto alcuni passi verso l’unificazione della comunità, col tempo ho capito la grande portata del loro lavoro e i grandi contrasti che hanno dovuto subire. Poi io ho aggiunto qualche altro passo, ma soprattutto, cosa che reputo essenziale, all’inizio ho resistito alle richieste di chi mi chiedeva di “tornare indietro”.
Cioè di separare le comunità?
Non ufficialmente, ma ufficiosamente. Ricordo il primo incontro con i genitori di prima comunione: volevano due celebrazioni separate, una a Cataforio e una a San Salvatore, sembrava un incontro di boxe.
Come è finito?
Don Rodà aveva unificato la celebrazione delle veglie pasquali e natalizie, ed anche la celebrazione delle prime comunioni. Io dissi che dovevamo celebrare la prima comunione e non la prima divisione, e rimasi fermo sulla linea dei miei predecessori, nonostante le richieste della gente. Poi, dopo la messa delle prime comunioni vennero a chiedermi scusa in sacrestia. Mi ricordai, in quella circostanza, di una lezione appresa in Seminario in cui ci spiegarono la differenza tra pastorizia e pastorale…
E qual è questa differenza?
Don Foderaro spiegò che pastorizia significa portare la gente dove vuole, pastorale significa condurre la gente dove vuole il Signore. Capii che dovevo obbedire al mandato di unificazione del vescovo – che era ciò che voleva il Signore – in linea con i miei predecessori. In sei anni ho unito anche Coro e catechismo.
Cosa le è rimasto di questa esperienza?
Il cuore è grato, non basterebbe un’ora per rispondere. Dico soltanto una cosa: i fedeli, anche grazie al loro affetto, mi hanno fatto crescere nella pazienza, l’ho imparata soprattutto da loro. Il “tutto è subito” non è uno slogan cristiano.
Cosa le manca?
La bellezza di quei luoghi e di quella vallata, i tramonti da piazza Panzera, il fascino di “Suso”: la rupe di Sant’Agata. Cataforio e San Salvatore custodiscono una miniera di Beni culturali. Questi sono il nuovo petrolio, vanno promossi e valorizzati per rilanciare l’intero territorio e per favorire l’occupazione…è una scommessa per il presente–futuro. 

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