Don Maffeis: «Settimanali cattolici, presidio da salvaguardare»

«Occorre reagire alle calunnie, ma per farlo serve raccontare le bellezza di una Chiesa che si fa prossima», parola di don Ivan Maffeis, direttore dell’Ufficio per le Comunicazioni sociali e sottosegretario della Conferenza episcopale italiana. Don Maffeis è stato a Reggio Calabria per la formazione dei sacerdoti. Lo abbiamo intervistato.

Quale futuro per i media cattolici?
Oggi le nostre Chiese sono chiamate a fare dei progetti sostenibili. Non è certo il tempo di costruire delle «cattedrali nel deserto». Il grande obiettivo è quello di essere prospettici, di guardare avanti. Laddove ci siano queste intuizioni, allora è un dovere sostenerle.

Una prospettiva che passa necessariamente dalla logica “multicanale”?
La tecnologia ci mette a disposizione la possibilità di un’interazione reale. Troppe volte ciascuno tende a curare il proprio orto. La strada invece è quella della contaminazione: occorre lavorare insieme. Ogni realtà deve assumere come un modello sinodale. Bisogna ragionare da editori. Non è possibile che la Cei abbia tanti strumenti e non riesca a metterli insieme per veicolare i contenuti della comunicazione cattolica italiana.

Il «centralismo» non rischia di soffocare le piccole realtà di provincia?
Al contrario: dobbiamo evitare il “localismo”, però il locale è vitale ancor più per il nazionale. La forza del territorio è la grande ricchezza per le Comunicazioni sociali.

 
C’è, quindi, ancora uno spazio “mediatico” per la Chiesa?

Nel nostro Paese si è diffuso un linguaggio litigioso e volgare, in questo contesto serve uno sguardo diverso. I settimanali cattolici rappresentano un presidio che va difeso e diffuso: la Chiesa ha ancora una grande credibilità, come testimonia la scelta dell’80% degli italiani di firmare per l’8xMille.

Eppure non mancano le difficoltà: c’è la sensazione che tanta gente non aspetti altro che leggere una notizia contro la Chiesa, anche quando questa risulti poi essere falsa.
Qualunque scandalo legato a un sacerdote, sia relativo alla sfera sessuale o all’amministrazione dei beni, ha una risonanza enorme. Però non dobbiamo avere un atteggiamento di chiusura. Anzi, la comunicazione è un ambiente che va abitato, in quanto trasversale a tutta la Chiesa: mi riferisco alla carità, alla liturgia, all’annuncio. Il fenomeno delle fake news si combatte soltanto raccontando l’impegno ecclesiale quotidiano.

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