Don Sasà Santoro: ”Stupito dall’Amore”

Venticinque anni al servizio dei fedeli, soprattutto dei giovani. Se si guarda indietro cosa vede?

Capisco perfettamente il senso dell’espressione «guardarsi indietro», ma penso che compito di un prete sia, innanzitutto, saper guardare avanti ed aiutare gli altri a farlo. In questi 25 anni ho imparato che guardare avanti è l’unico modo che abbiamo per non essere di intralcio alla Provvidenza e non farci “rubare la speranza”, come dice il Papa. Questa cosa ha segnato ogni giorno ed ogni segmento del mio ministero, soprattutto nel mio rapporto con i giovani, ma non solo con loro. Se mi guardo indietro, dunque, vedo esattamente ciò che vedo se guardo in avanti: l’Amore “sproporzionato” di una Provvidenza che mi ha sempre stupito.

Quanto è difficile guidare la comunità del Seminario? Quali sono le sfide principali?

Tutto, del ministero di un prete – ovunque egli lo eserciti – è difficile se lo si vive come se, ogni cosa, nel bene o nel male, dipendesse solo da te! Quante volte ho capito che questa è la più subdola e pericolosa tentazione del demonio! Toglie la pace e distrugge la comunione. Certo: sentirsi la responsabilità, in seminario, del discernimento di una scelta di vita, e sapere che hai “tra le mani” la felicità di una persona ma anche il bene della Chiesa, è cosa umanamente molto complessa!  A tratti anche difficilmente sopportabile. Per questo è fondamentale e consolante, per chi svolge un ministero come il mio, sapersi affidare e fidare. Della Santissima Trinità, innanzitutto. E poi del vescovo, che è il vero protagonista del discernimento vocazionale. E, infine, di tutti coloro che concorrono alla formazione di un futuro presbitero, a cominciare dagli altri educatori in seminario. La sfida più grande è, credo, liberare il cuore da ogni pregiudizio – e questo vale per tutti: educatori e seminaristi – per saper cogliere i segni dello Spirito. E poi, non aver paura di poter/dover cambiare idea la prima regola per un educatore è non farsi “incapsulare” il cuore dalla cosiddetta “prima impressione”, con pazienza ed umiltà, ed accettando di “pagare un qualche prezzo”: solo così si può fare un buon servizio alla verità, che è, sempre, presupposto assoluto per essere felici ed aiutare gli altri ad esserlo.

Papa Francesco chiede una maggiore attenzione alle vocazioni, e in particolar modo alla formazione nei seminari. Secondo lei in Italia a che punto siamo?

Ciò che il papa, ma anche i vescovi, continuano a chiederci è di educarci ad una “cultura vocazionale“ in forza della quale il problema delle vocazioni sia una preoccupazione di tutta la comunità ecclesiale, e non solo di qualcuno. Per questo, anche la formazione dei futuri preti deve diventare, ancor di più, un fatto ecclesiale, pur nel rispetto della specifica responsabilità del vescovo o del rettore e della sua èquipe. Da più parti ci si chiede se la formazione impartita, oggi, nei seminari, sia adeguata alle esigenze ed alle sfide di un “mondo che cambia”. Sono sicuro che ci sia tanto ancora su cui lavorare ed anche da correggere. Penso, però, che la vera sfida da accogliere – per tutti, a cominciare dalla famiglia –  è educare i nostri ragazzi – non solo i seminaristi, ma soprattutto loro – ad essere solidi nella dimensione affettivo-relazionale della loro personalità; ad essere “uomini di comunione” e di dialogo, ma anche coraggiosi testimoni della verità, e, dunque, allenati alla rinuncia ed al sacrificio. Ma soprattutto ad essere cristiani felici! Felici di aver incontrato Gesù, di aver riposto in Lui ogni desiderio ed attesa, felici perché sicuri di non essere mai delusi da Dio. Quanto bisogno di felicità c’è oggi nel mondo. Quanto bisogno di Dio! Che bello essere preti per questo, con l’entusiasmo di un sogno e nella fedeltà dell’impegno.

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