«Ecumenismo della carità» per l’unità dei cristiani

Nel vivo della Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani, vorrei fermare l’attenzione sull’espressione «ecumenismo della carità». Oggi una delle vie possibili per contribuire al cammino verso l’unità dei cristiani è proprio il vivere la carità. Di che si tratta? Accanto all’ecumenismo teologico che cerca di spianare la strada verso l’unità della fede, vi sono altre forme di percorsi possibili verso la piena comunione. Il patriarca Atenagora il 6 gennaio 1964 diceva a papa Paolo VI: «Ciò che può e deve progredire sin da ora, è la carità fraterna, ingegnosa a trovare nuovi modi per manifestarsi; una carità che, traendo lezioni dal passato, sia pronta a perdonare, inclina a credere più volentieri al bene che al male, attenta innanzitutto a conformarsi al divin Maestro e di lasciarsi attirare e trasformare da lui». «Ecumenismo della carità» è un’espressione che chiede di essere scavata. In primo luogo, tale espressione indica la dimensione teologica. Se è vero che «Dio è amore», la carità non è semplicemente una virtù morale, ma Dio stesso. La fede cristiana, rivelata da Gesù, schiude il mistero dell’amore trinitario. La carità diviene così una virtù che viene da Dio stesso, teologale appunto. Il dialogo dell’amore non è una via secondaria rispetto al dialogo teologico. Al contrario, è la via che lo fonda. Sempre il patriarca Atenagora diceva: «Il dialogo propriamente teologico deve nascere all’interno del dialogo d’amore». La teologia, in questo modo, viene come costretta dalla carità a privilegiare quel che unisce. Il dialogo della carità è denso di possibilità. Purifica l’occhio, il cuore e la parola. Fa vedere in modo nuovo, fa sentire le vere motivazioni del prossimo e trasmette pensieri trasparenti, comprensibili anche quando non sono accettabili. È questa la vera condizione del dialogo. Vi è un secondo significato dell’espressione «ecumenismo della carità». Oggi più che mai i discepoli di Cristo sono chiamati a sostenersi reciprocamente dinanzi alle vecchie e nuove povertà e, insieme, possono contribuire ad edificare una umanità più fraterna. Il direttorio per l’ecumenismo afferma: «I cristiani non possono chiudere il cuore al forte appello che sale dalle necessità dell’umanità nel mondo contemporaneo» (162). Una simile collaborazione esiste già al fine di salvaguardare la dignità umana e di alleviare le sofferenze dovute a fame e calamità, analfabetismo e indigenza, ineguale distribuzione della ricchezza. Oggi a questa lista potremmo aggiungere l’azione coordinata delle organizzazioni cristiane per fornire assistenza ai migranti, la lotta contro la moderna schiavitù e il traffico di esseri umani, le operazioni di consolidamento della pace, la difesa della libertà religiosa, la lotta contro le discriminazioni, la difesa della sacralità della vita e la cura del creato. La collaborazione tra cristiani in tutti questi ambiti va sotto il nome di «ecumenismo pratico». Così si esprime il vademecum ecumenico per i vescovi. San Giovanni Paolo II ha invitato i cristiani a «ogni possibile collaborazione pratica ai vari livelli» e ha definito questo modo di lavorare insieme come «una vera scuola di ecumenismo, una via dinamica verso l’unità» (UUS, 40). Su questa strada è bello vedere anche tra noi l’impegno comune ed ecumenico nel servizio ai poveri. Alla scuola di chi è fragile si impara a camminare verso l’unità nella carità.

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