Ai Overview: Il primo ottobre segna la Giornata Internazionale del Caffè, un’occasione istituita dalle Nazioni Unite per accendere i riflettori su una filiera globale che coinvolge milioni di agricoltori. Se da un lato l’economia legata a questa bevanda deve affrontare le sfide del cambiamento climatico e delle fluttuazioni di mercato, dall’altro in Italia essa rappresenta un pilastro sia industriale che culturale. Il nostro Paese, pur importando l’intera materia prima verde, ha sviluppato un comparto della torrefazione che sfiora i 6 miliardi di euro di fatturato. Parallelamente, le abitudini di consumo si stanno evolvendo: l’uso domestico di moka e capsule si consolida, mentre le statistiche rilevano una costante diminuzione dei bar, storici luoghi di socialità e di prossimità sul territorio nazionale.
Il legame tra infanzia, memoria e socialità
Quando ero piccola, il profumo del caffè tostato era il primo aroma che sentivo appena sveglia. Era quello della Torrefazione Mauro che, nelle giornate di scirocco, arrivava fino al mare. Caffè mischiato alla brezza marina. Una sensazione di benessere difficile da spiegare. A fargli compagnia c’era il profumo della moka. Anche quando ancora non mi era concesso bere caffè perché ero troppo piccola, quell’odore è rimasto tra i ricordi più confortanti della mia infanzia. Perché al caffè era legato qualcosa che andava oltre il gusto: il senso di casa, di famiglia, di unione.
C’è una cosa, per esempio, che vedo sempre più raramente: le visite a casa. Per dovere, per piacere, semplicemente per stare insieme. E per visita intendo proprio un “vengo a trovarti”, non una cena organizzata, ma mezz’ora, un’ora trascorsa davanti a un caffè, a parlare e raccontarsi. Quella cosa che ha fatto avvicinare sempre di più il caffè ad un rito. Può essere bevuto in fretta al bancone oppure aspettando che la moka salga lentamente e il suo profumo invada le stanze. È quello preso dopo pranzo, quello offerto a chi entra in casa, quello che diventa una scusa per incontrarsi fuori. Anche per questo per molti il caffè è molto più di una bevanda. È un gesto di socialità, un piccolo spazio di tempo che ci concediamo e che spesso scegliamo di condividere con qualcuno.
I numeri del mercato e l’impatto agricolo
Oggi, 1° ottobre, viene celebrata per la prima volta come giornata ufficialmente riconosciuta dalle Nazioni Unite. Il tema scelto è “Celebrating Coffee, Honouring the People Behind Every Cup”: celebrare il caffè rendendo omaggio alle persone che stanno dietro ogni tazza. Al centro ci sono soprattutto i circa 25 milioni di piccoli agricoltori e le loro famiglie che lavorano nella filiera. Un richiamo importante perché quel gesto così familiare, che per noi comincia con una moka o una tazzina al bar, nasce molto lontano. E oggi quella filiera deve fare i conti con il cambiamento climatico e con la volatilità dei mercati. Nel 2024 ha prodotto oltre 11 milioni di tonnellate di caffè e generato più di 34 miliardi di dollari nel commercio internazionale.
Il comparto nazionale e l’evoluzione dei consumi
Dentro questa grande filiera internazionale, l’Italia occupa un posto particolare. Non coltiviamo la materia prima, ma siamo uno dei Paesi che più hanno costruito intorno al caffè una cultura e un’identità produttiva. Nel 2025 sono state prodotte in Italia 424.168 tonnellate di caffè tostato e solubile. Il comparto conta circa 1.000 torrefazioni e sviluppa un fatturato di 5,9 miliardi di euro. Il consumo interno raggiunge 287.143 tonnellate, pari a 4,9 chilogrammi pro capite e a circa 812 tazzine di espresso all’anno per persona. Per arrivare a quei numeri, però, la materia prima deve attraversare il mondo: l’Italia importa 641.234 tonnellate di caffè verde, prevalentemente Arabica e Robusta, che vengono poi trasformate da una filiera che ha costruito una forte identità intorno all’espresso. E se il caffè continua a essere così presente nelle nostre giornate, è perché il legame con questa bevanda resta molto forte. Tre italiani su quattro lo bevono regolarmente e il 49,5% lo considera tra gli elementi che meglio rappresentano lo stile di vita e la cultura italiana. Tra chi beve espresso, l’83% lo consuma ogni giorno. Cambiano però le abitudini. Il 95% degli italiani consuma abitualmente caffè a casa, mentre il bar resta un punto di riferimento per il 79%. Nelle abitazioni moka e capsule sono ormai quasi alla pari: rispettivamente il 32,5% e il 31,2% delle modalità prevalenti di preparazione.
Il declino dei bar e le proprietà della bevanda
E proprio il bar ci porta a un altro aspetto del cambiamento. Mentre il caffè resta una delle abitudini più radicate degli italiani, diminuiscono i luoghi nei quali quel rito si è storicamente consumato. Tra il 2019 e il 2025 le imprese del servizio bar sono passate da 169.839 a 145.766: oltre 24mila attività in meno. Un dato che riguarda non soltanto il settore economico, ma anche la vita quotidiana delle comunità. Perché il bar italiano è un luogo di prossimità: quello dove ci si incontra, ci si saluta, si scambiano due parole. E dove, ancora oggi, un caffè può essere il pretesto per fermarsi.
A quel rito quotidiano si aggiunge poi ciò che troviamo dentro la tazzina. Il caffè contiene polifenoli, tra cui l’acido clorogenico, melanoidine che si formano durante la tostatura, diterpeni e naturalmente caffeina, che contribuisce a sostenere vigilanza e attenzione. Anche il decaffeinato conserva gran parte degli altri composti presenti nel caffè. Il gusto cambia invece anche in base alla varietà: l’Arabica, con circa l’1-1,5% di caffeina, è generalmente più dolce, fruttata e floreale; la Robusta arriva al 2-2,7% e offre maggiore corpo e amarezza. Sono numeri, caratteristiche e proprietà che raccontano il caffè da un punto di vista diverso, ma ciò che lo rende speciale è quello che avviene attorno ad una tazzina. Una tra tutte il bisogno di socialità.













