Gli italiani si preparano a votare in mille comuni

Mancano ormai pochi giorni alle elezioni comunali che vedranno coinvolti oltre nove milioni di cittadini. L’11 giugno (con gli eventuali ballottaggi due settimane dopo) si vota per eleggere i sindaci e i consigli in oltre mille comuni tra cui quattro capoluoghi di regione (Catanzaro, Genova, L’Aquila e Palermo) e venticinque capoluoghi di provincia. Le città con più di 100mila abitanti interessate dal voto sono otto e se, comprensibilmente, l’attenzione nazionale ci concentra sui centri più grandi, è pur vero che la stragrande maggioranza dei comuni chiamati alle urne è al di sotto dei 15mila abitanti. Dunque una gamma di situazioni diversissime, in cui i fattori locali pesano non soltanto – e giustamente – per il carattere intrinseco del voto, ma anche per la particolare fragilità delle forze politiche, comprese quelle di più recente sviluppo. Anche per questo motivo, oltre che per la responsabilità in ordine al bene comune che sempre implica l’esercizio del voto, per gli elettori non sarà una scelta facile.
Nelle città più grandi sono stati effettuati dei sondaggi, ma per ammissione degli stessi analisti bisogna prenderli con ancora più prudenza del solito perché in molti casi gli scarti sono minimi e soprattutto si attende una partecipazione al voto molto bassa. Un dato su cui praticamente tutti convergono, purtroppo. E’ pur vero che storicamente la partecipazione alle amministrative non è mai stata plebiscitaria, ma stavolta viene segnalato il rischio che l’affluenza possa scendere addirittura sotto il 50 per cento. E sì che, anche grazie a una legge elettorale che in quasi un quarto di secolo ha dato buon prova di sé, le elezioni comunali hanno una concretezza e immediatezza di effetti che a livello nazionale non è stata mai conseguita, né lo sarà almeno nel breve periodo.
C’è poi da considerare il contesto politico complessivo in cui questa tornata amministrativa viene a cadere. Nove milioni e 200mila italiani vanno alle urne mentre il dibattito nazionale è monopolizzato dal tema della data delle elezioni politiche. Tema che ci accompagna da mesi con alterne accentuazioni. Negli ultimi giorni c’è stata un’accelerazione e la possibilità del voto in autunno – prima del varo della legge di bilancio che nessuno vuole intestarsi – ha assunto una rilevanza oggettiva, soprattutto in seguito agli sviluppi dell’iter della nuova legge elettorale e a quei passaggi parlamentari che hanno visto sfilacciarsi la maggioranza di governo. Ma c’è di mezzo la legge di bilancio, cioè il pilastro normativo dell’economia nazionale e non si può pensare di affrontare con leggerezza questo impegno. Certo, per andare avanti il governo dev’essere messo nelle condizioni di lavorare in modo utile. L’impressione, comunque, è che la strada che porta alle elezioni anticipate non sia affatto spianata e che prima di arrivare al voto debbano accadere ancora molte cose. Per esempio le elezioni in oltre mille comuni italiani.Stefano De Martis

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