Il Cantico di Simeone nella festa della Candelora e il senso profondo della luce nella Vita Consacrata

Candelora

?️La festa della Presentazione al Tempio, popolarmente nota come Candelora, segna il momento in cui la luce di Cristo viene riconosciuta e accolta nel mondo. Attraverso le parole del vecchio Simeone e il suo cantico di ringraziamento, il Nunc dimittis, la liturgia ci conduce a riflettere sulla capacità di scorgere la salvezza anche nelle tenebre della prova. Quaranta giorni dopo il Natale, il gesto di stringere tra le braccia il Bambino diventa il simbolo di una fede che si fa accoglienza e ospitalità, offrendo un’icona preziosa in particolare per chi vive l’esperienza della Vita Consacrata.

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Il significato del Cantico di Simeone

La tradizione liturgica occidentale e orientale ha scelto per la preghiera notturna di pregare un cantico, ritenuto il più bello del Vangelo di Luca e quindi scelto per il momento in cui ci si concede al riposo della notte e della liturgia. Si tratta di un inno di ringraziamento, il famoso Nunc dimittis o Cantico di Simeone: «Ora puoi lasciare, o Signore, che il tuo servo vada in pace, secondo la tua parola, perché i miei occhi hanno visto la tua salvezza, preparata da te davanti a tutti i popoli: luce per rivelarti alle genti e gloria del tuo popolo, Israele» (Lc 2,29-31).

La festa della Candelora e la luce

Il 2 febbraio lo ritroviamo annunciato nel Vangelo della Presentazione al Tempio nella tradizionale festa della Candelora. Quaranta giorni dopo il Natale, ogni credente, prendendo tra le mani una candela, lascia che questa si infiammi e attende, nell’atrio del tempio della propria vita, la speranza di Israele: Gesù Cristo, la vera luce. E mentre il sole tramonta e si accendono tutte le candele, il buio lascia spazio alla luce vera, quella che illumina ogni uomo. Simeone, che riceve il bambino nelle braccia aperte, sperimenta la liberazione, non lo prende solamente tra le braccia, ma lo accoglie (rif. Lc 2,28), non solo lo vede, ma lo tocca.

L’accoglienza come dono di libertà

Il verbo δέχομαι, nel suo significato di ricevere, enfatizza il dono dell’ospitalità, ma riporta anche il valore di assumersi un peso che viene accolto ogni qualvolta ascoltiamo la Parola di Dio e lasciamo che provocandoci ci liberi. San Charbel diceva: «Appoggiatevi su quello che vi sorregge». E Simeone si appoggia su un bambino, ne contempla la grandezza e, nell’atto di accogliere, sperimenta l’essere libero; il prendere, infatti, è un lasciare andare, è un avere fiducia. Nel testo ci viene descritto come un uomo giusto e pio, insomma uno che attende con fede e cerca la pace. Pace come un benessere non materiale, ma una pace che indica una certa sazietà, una soddisfazione, un vivere bene la propria vita senza condizionamenti e pienamente.

La tenerezza verso Dio

«Simeone lo accolse tra le braccia e benedisse Dio» (cfr. Lc 2,28), quel braccio piegato, curvo (ἀγκάλη), che nel pensiero greco era il luogo più sicuro per nascondere un tesoro o custodire un bambino, diventa il luogo della tenerezza di un uomo verso il suo Dio. A volte ci si prepara per Dio, altre volte è Dio che prepara noi: non ci è tolto di vivere nella prova, nella sofferenza, nell’incertezza, nella fatica ma mediante la luce possiamo comprendere quale splendore Dio stia preparando nella nostra vita. Si manifesta, si fa luce laddove la prova è maggiore e il buio è più intenso così che a sera possiamo dire insieme a Simeone che anche oggi abbiamo visto la sua salvezza laddove forse tutto sembrava perduto.

Icona della Vita Consacrata

Questo manifesta la bellezza della Vita Consacrata che si celebra il 2 febbraio in quanto riflesso della luce di Cristo. I consacrati sono proprio coloro che vivono custodendo tra le braccia quel tesoro che è la Parola, tenendo viva la fiamma della Profezia e facendosi fratelli di tutti durante il cammino. Il Nunc dimittis diventa icona della vita consacrata, perché, come Simeone, i consacrati sono chiamati a vedere la salvezza e a testimoniarla con la propria vita. Simeone può andarsene in pace, non perché abbia finito il suo compito, ma perché Dio ha ora compiuto la Sua parola. Ad ognuno di noi il suo Nunc dimittis.

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