Avvenire di Calabria

La storia della comunità sembra limitata al suo fondatore, Muccioli, e al "processo delle catene" del 1983. Eppure l'attività contro la dipendenza da droga non si è fermata...

Il docufilm di Neflix su San Patrignano è un’occasione sprecata

Redazione Web

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«Non sappiamo più niente di San Patrignano, la più grande comunità di recupero per tossicodipendenti in Europa. Ed è un peccato, perché è una storia attualissima, utile». Scriveva queste righe, alla vigilia della messa in onda su Netflix del suo docufilm "SanPa", Carlo Gabardini, attore e autore, che per due anni e mezzo insieme a Gianluca Neri e Paolo Bernardelli ha ricostruito la storia della comunità di Coriano, sulle colline di Rimini.

E non stupisce che alla fine di questa impresa definita “titanica”, realizzata «attraverso 180 ore di interviste, immagini tratte da oltre 50 differenti archivi e 25 testimonianze», i primi a risultarne delusi siano stati proprio quelli di SanPa: non solo chi lavora ogni giorno accanto ai ragazzi, ma anche le migliaia di famiglie che ci sono passate negli ultimi decenni e gli altrettanti amici, noti e meno noti, della comunità. Insomma, quelli che di San Patrignano e del mondo dimenticato delle dipendenze sanno qualcosa, invece. Perché il dramma della droga e l'esperienza del recupero li hanno vissuti sulla propria pelle. O semplicemente perché sulla collina di Coriano sono saliti aprendo occhi, orecchie e cuore.

L’obiettivo dell’operazione di Netflix, d’altronde, era abbastanza esplicito fin dalla roboante campagna pubblicitaria comparsa su alcuni dei più importanti giornali italiani: stralci di articoli ripresi dagli anni Ottanta e Novanta incentrati unicamente sulla vicenda di Vincenzo Muccioli, la figura contrastatissima del padre-fondatore della comunità finito nel mirino della giustizia per i suoi metodi rieducativi, con fotografie spezzate in due, sopra il sorriso e l’abbraccio ai giovani tossici, sotto le catene ai piedi. Angeli e demoni. Come se SanPa, oltre che iniziare, sia finito lì: col tristemente famoso “processo delle catene” del 1983 (Muccioli finì sotto accusa per sequestro di persona e maltrattamenti, fu condannato e poi assolto in Appello e in Cassazione) e con tutte le presunte verità nascoste adombrate nella serie in perfetto (dal punto di vista televisivo, s’intende) stile noir.

«Non lo accettiamo – è il commento seccato di Alessandro Rondino Dal Pozzo, presidente della comunità dal settembre 2019 ed entrato da ragazzo, in comunità, nel 1985 –. Si tratta di un racconto sbilanciato, che si ferma al 1995 e che ha voluto spettacolarizzare alcuni episodi drammatici che non raccontano la nostra storia. Ed è dannoso riassumerla così, dimenticando di raccontare cosa ha significato questa esperienza che se non fosse stata così fondamentale per l’Italia, non sarebbe in piedi ancora oggi».

Dalla comunità ricordano i numeri di un impegno straordinario che è andato avanti nonostante quei fatti, su cui storia e giustizia hanno già fatto chiarezza: 26mila ragazzi “perduti”, raccolti per la strada e rimessi in piedi al ritmo di oltre 1.200 ogni anno, con una percentuale di recupero pari al 72% fra coloro che portano a termine il percorso. (LEGGI QUI)

Uno sforzo straordinario portato avanti anche durante l'emergenza Covid, quando le comunità si sono sigillate insieme a centinaia di operatori per garantire la salute dei propri ospiti e hanno continuato, pur con le enormi difficoltà legate ai protocolli anticontagio, ad accogliere. E poi le testimonianze nelle scuole, che ogni anno (eccetto l’ultimo) hanno coinvolto oltre 50mila ragazzi, a cui è stata raccontata – nessun altro lo fa nel nostro Paese – la droga. Che poi è l’altra verità drammatica di cui nessuno sa o sembra sapere più niente in Italia: nel docufilm di Netflix l’argomento viene appena sfiorato nella prima puntata, assieme a quello dell'Aids; nella realtà (quella che bussa alla porta di SanPa e delle altre comunità di recupero che da Nord a Sud lottano per sopravvivere in assenza di fondi e di attenzione da parte delle istituzioni) la droga continua a mietere due vittime al giorno e migliaia di nuovi dipendenti soprattutto tra i ragazzi, sempre più giovani. Quelli che, quando non muoiono di overdose, distruggono la propria vita davanti a famiglie impotenti, spesso dilaniate, soprattutto sole.

Niente di abbastanza intrigante, per appassionare un pubblico abituato a serie tv d’impatto e programmi cult. Non a caso, della lista di centinaia di persone offerta da San Patrignano agli autori per confezionare il docufilm, l’unica testimonianza rimasta è stata quella del responsabile terapeutico Antonio Boschini. «Ci addolora il giudizio dato dalla Comunità – hanno fatto sapere gli autori – Se San Patrignano ci avesse riempito di lodi dicendoci "grazie, avete realizzato uno splendido spot per le nostre convention" saremmo stati preoccupati».

Lontanissima da spot e convention, la verità su SanPa e sull'emergenza che è ancora oggi la droga va cercata (ma a qualcuno interessa ancora?) altrove.

* Avvenire

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