Il «like» è criminale

La svolta social della ‘ndrangheta

I rampolli della cosca ’ndraghetista di Brancaleone avevano postato sul loro profilo facebook un immagine della fiction Romanzo criminale quattro giovani incappucciati e con le armi spianate – ma l’avevano taggata coi loro nomi. E avevano coniato un nuovo termine nei loro dialoghi sui social, ‘cumps’, compare, invece del tradizionale ‘cumpà’. Ma non era giovanile fantasia. Non erano solo social. Loro, gli ’ndranghetisti 2.0, non solo nel paesone della Calabria jonica, sono molto reali e concreti. Le armi le hanno davvero, e tante, le sanno usare e le usano. Minacciano, condizionano l’amministrazione comunale, si accaparrano appalti e servizi, a colpi di intimidazione. Ma tanto per essere chiari usano i social proprio per rafforzare questi loro fini, per far intendere che sono come quelli, come i protagonisti delle fiction. Prendono un immagine dei personaggi del crimine, si taggano e si immedesimo in quei personaggi, con tutto ciò che ne deriva come messaggio, come simbolo, come comunicazione. Ma poi tornano a essere realtà e fanno esattamente quello che facevano i loro genitori o i loro nonni. «Uno strumento di propaganda criminale, per fare proselitismo e rafforzare il vincolo, soprattutto tra i giovani. E accrescere il potere intimidatorio: noi siamo come questi di Romanzo criminale, è il loro messaggio. E non è poco», ci spiegava ieri Francesco Rattà dirigente della Squadra mobile di Reggio Calabria, che ha condotto questa importante inchiesta. Dunque il social è un moltiplicatore del messaggio mafioso.

Funziona. Le giovani generazioni mafiose lo hanno capito molto bene. E non solo in Calabria. Non è, infatti, la prima volta che le Forze dell’ordine scoprono come sanno usare benissimo il web. Strumento prezioso di consenso. Già con le fiction televisive si è dibattuto e si dibatte ancora se hanno un valore positivo o se sono portatrici di disvalori, se mitizzano il mafioso.

Ora il passo ulteriore coi social che sono molto più pervasivi, anche perché il messaggio te lo fai da solo. «Cambia lo strumento ma la finalità rimane sempre la stessa. Un modo sbrigativo e veloce di propagandare la loro ‘ideologia’ criminale», è ancora la riflessione del poliziotto. Ma poi chiuso il computer quelle immagini da ’ndrangheta 2.0 tornano ad essere quelle della ’ndrangheta di sempre, violenta, arrogante. «Franco, stai attento su cosa stai facendo, perché tu mi conosci», diceva uno di loro al sindaco nel corso di un concretissima irruzione nel corso di una riunione di giunta. Non più solo immagini, ‘like’, condivisioni e ‘amici’. Ma la dura realtà delle cosche.

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