Avvenire di Calabria

Tracollo in regione e nella città di Reggio Calabria (67% su scala regionale, 69,5% su scala locale)

Il Pd ha già perso la Calabria, di chi sono i voti del No?

Movimento Cinque Stelle, Forza Italia, movimenti di sinistra in tanti rivendicano la piena paternità

Federico Minniti

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La lunga notte del Partito Democratico. L'harakiri elettorale del referendum confermativo della riforma costituzionale (con un'affluenza record del 65,47%) a firma del ministro Maria Elena Boschi certifica una sonora bocciatura (59,11% il no rispetto al 40,89% del sì) del testo in discussione e, senza falsi infingimenti, del governo nazionale guidato da Matteo Renzi. Il premier, caso raro nella politica italiana, ha dimostrato coerenza, annunciando per il pomeriggio di oggi le sue dimissioni dalla carica in un vortice temporale che preannuncia un Natale rovente, tra l'approvazione della legge di stabilità 2017 con un governo in uscita e la direzione nazionale del Pd, in programma domani.

Temi nazionali che certamente, però, riscuoto interesse su scala locale dove il disastro democratico non ha risparmiato la Calabria e la città metropolitana di Reggio entrambe a trazione Pd, ma che hanno registrato un - se possibile - ancor più plebiscitario risultato per il fronte del No (67% su scala regionale, 69,5% su scala locale). Un risultato certamente condizionato dal voto di opinione, nonostante un'affluenza quasi quindici punti in meno rispetto al dato nazionale, che ha però chiama - in quota parte - tutto il management del Pd e dei propri alleati di governo a una seria riflessione sulla reazione dei propri amministrati. La corsa ai ripari è già iniziata con le, poche, dichiarazioni post voto che hanno specificato - come il vicesindaco metropolitano, Riccardo Mauro - come l'esito elettorale sia completamente sganciato dall'appeal dell'operato, nello specifico, di Giuseppe Falcomatà nella città dei Bronzi.

Ma proprio l'area dello Stretto, quella tra le più sollecitate dal premier, che ha addirittura rispolverato il progetto del Ponte, rappresenta uno degli apici maggiori del malcontento rispetto ai democrat: anche la dirimpettaia Messina incorona il variopinto fronte del no, premiandolo con il 70,5% dei suffraggi. I numeri sono belli, perché rimangono scolpiti come i fatti. Renzi ha reagito, come annunciato ampiamente, decidendo di scrivere la parola fine al suo esecutivo. Mille giorni da premier "nominato", però, non potrebbero (ne dubitiamo fortemente) essere gli ultimi da inquilino delle camere per l'ex sindaco di Firenze. A Mattarella l'improbo ruolo di essere giudice terzo di questa partita, con il varo - successivo all'approvazione della stabilità - di un governo di scopo (indicato da Renzi, che del Pd è il segretario nazionale e rappresenta comunque la maggioranza relativa in Parlamento) che lavori con larghe intese a una riforma elettorale condivisa. Un fatto non semplice, viste le divisioni attuali e che mette fuorgioco lo stesso Renzi che dovrà fronteggiare l'onta del capro espriatorio anche all'interno del proprio partito.

La grande incognita, in tema di governabilità, è rappresentata dal Movimento Cinque Stelle, che ha già annunciato la propria proposta a formare un governo interamente pentastellato, operazione numericamente impossibile. Ma questa posizione estrema degli uomini di Beppe Grillo (il quale ha invece aperto a un voto con l'Italicum) apre un'interessante scenario: di chi è la paternità di questa vittoria straordinaria del no, con questo patrimonio di voti (oltre i 19 milioni)? Di tutti e di nessuno, verrebbe da dire. Certamente gli "indecisi" sono stati fondamentali, così come la forbice di astenuti cronici che questa volta si sono recati alle urne. Elettorato pentastellato? Non esclusivamente, anche se la sensazione è che i vincitori reali di questa bagarre siano propri loro. A Roma, a Milano, così come in Calabria e a Reggio Calabria. Il dato schiacciante (561mila calabresi e 58mila reggini) sicuramente rappresentano plasticamente una conferma rispetto alla capacità del M5s sul voto di opinione nell'ultimo lembo dello Stivale.

Appare chiaro come - ad oggi - questo consenso "di pancia", come è stato definito, non trova riscontro in preferenze ad personam, ma chi governa il Partito Democratico, regionale e provinciale, dovrebbe prenderne atto. Oggi il Pd, a due anni dalle elezioni amministrative del 2014, ha perso la maggioranza nei consensi. Il tutto neanche a metà mandato. Cosa accadrà adesso? A livello locale è impossibile incassare reazioni robuste. La Regione, guidata da Mario Oliverio, naviga, dalla sua elezione a oggi, "a vista" e lo stesso Governatore non è un renziano della prima ora e potrebbe cogliere l'occasione di questa instabilità interna al Pd per una forma di repulisti. Oliverio ha sempre affermato che questa è la sua ultima esperienza politica e la mancanza di "prospettiva" certamente non rottamerà il proprio governo regionale. Tema diverso per Falcomatà che renziano lo è stato e fino in fondo, combinando le proprie fortune a quelle del governo del fiorentino. Il sindaco reggino, inoltre, ha adesso la grana del rimpasto di Giunta che avverrà in un clima della conta dei voti, sezione per sezione, degli assessore eletti. Ma il vero vulnus sono i tecnici, mal digeriti dai falcomatiani, che alle prese con un revincismo post elettorale potrebbero "forzare la mano" per varare un esecutivo a trazione politica più accentuata, pescando tra le donne del Pd e movimenti limitrofi che comunque provengono dall'attività elettiva. Referendum, dimissioni e governi locali.

Il Natale 2016 che attendiamo sarà foriero di novità, mentre l'ormai ex premier "si gode" il 40% dei consensi (13 milioni e mezzo di voti) che se consolidati rappresenterebbero un'ottima base elettorale per le prossime politiche. E questa, allora, sarebbe tutta un'altra storia.

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