Il prof. Poiana: «Export calabrese, occorre competenza »

Friuliano, ma calabrese d’adozione: Marco Poiana, ordinario del Dipartimento di Agraria dell’Università Mediterranea e presidente Società Italiana di Scienze e Tecnologie Alimentari sino al 2021, ci accompagna nei laboratori di Feo di Vito. Stile asciutto, da venticinque anni è in riva allo Stretto, terra di cui si è subito innamorato. Un paradosso? Tutt’altro: «Riuscendo a strutturare il territorio, si potrebbe aver un grosso sviluppo in ambito agricolo– turistico». Idee chiare che, negli ultimi mesi, si sono trasformate in uno spin– off accademico «che ha la velleità di mettersi sul mercato». Una start–up in fase di rullaggio con «la creazione del catalogo dei servizi e promozione della stessa impresa ». L’essere incubatore d’impresa, d’altronde, è una delle missioni proprio del mondo universitario: «Se consideriamo le facoltà di Agraria in Italia sono 23 e lo paragoniamo ad altri Paesi europei come l’Olanda che ne ha una, mentre in Spagna ce ne sono cinque – prosegue Poiana – allora è chiaro che l’idea originale è proprio quella di creare una fortissima interazione con il tessuto territoriale in cui queste facoltà operano».

Eppure sembra quasi impossibile “inventarsi” un lavoro dove si è nati. «Non è facile, bisogna essere realistici – commenta il docente – però, se dovessi rivolgermi a un giovane laureato, gli direi di inserirsi “a valle” del processo produttivo ponendosi come esperti nel trasferire quel know–howche molte aziende non hanno». Il motivo è semplice: tante imprese dell’agroalimentare sono a conduzione familiare e, spesso, i metodi vengono tramandati secondo la “tradizione”, ma questo non è sempre un vantaggio competitivo, come spiega Poiana: «Il tecnologo può essere fondamentale rispetto all’export dove l’aspetto burocratico– documentale per valorizzare la qualità del prodotto e farla concepire a dei buyers internazionale». Cosa manca quindi per fare questo «scatto in avanti» in ambito agroalimentare? «Sicuramente cercare di limitare le difficoltà logistiche sarebbe molto utile, poi puntare forte sulla logica dei brand collettivi come già avviene, per esempio, con l’Igp Calabria per l’olio extravergine d’oliva».

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