Avvenire di Calabria

Cresciuto in una famiglia di ‘ndrangheta. Quando aveva 17 anni è stato in carcere. L’incontro con don Calabrò e la scelta d’intraprendere un percorso diverso

Il racconto di Giosuè: «Così lasciai la ‘ndrangheta»

Davide Imeneo

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«Io sono Giosuè, sono nato e cresciuto in una famiglia di ‘ndrangheta ». Si presenta così, mentre si appresta a raccontare la sua storia, colui che è a tutti gli effetti uno dei precursori del «modello Di Bella»: cresciuto in un paese della Piana di Gioia Tauro, a 17 anni finisce nel carcere minorile di Reggio. Lì fa un incontro che gli cambierà la vita. Quello con don Italo Calabrò.

Giosuè, raccontaci un po’ di te.

«Sono cresciuto in una famiglia mafiosa e in un ambiente mafioso. Quando ero piccolo sono stato in collegio, lì ho conosciuto tanti ragazzini che oggi hanno cognomi “importanti”, che poi ho ritrovato sui giornali. Lì c’era un disagio sociale forte, sono nato in una realtà dura. Quando avevo 15 anni cominciavo a capire e a entrare nel meccanismo. A 17 anni sono finito prima davanti al tribunale e poi in carcere minorile. Lì ho cominciato a maturare una riflessione, avendo tutto il tempo per riflettere. (ride, ndr) ho deciso di fare qualcosa per cambiare il mio destino.

Che reato hai commesso?

Diciamo che finii trascinato in quella storia perché commisi degli errori ma non commisi direttamente il fatto. Però avevo dei «doveri », non potevo fare nomi, perciò finii in ga- lera. In carcere ho conosciuto don Italo Calabrò, venne in visita. Anche le assistenti sociali mi hanno aiutato tanto. Uscii col condono e fui affidato ai servizi sociali.

Forse il carcere fa “punteggio” in certi ambienti...

Sì sì, quando sono uscito, per la mia famiglia era come se avessi preso la laurea. Se fossi tornato, l’avrei fatto da «uomo», da persona che ha mantenuto l’onore, non ha parlato. Avevo superato la prova con 30 e lode. Ho guadagnato rispetto, saluti da gente che non mi considerava. Queste sono le «virtù» della ndrangheta.

Questo pesa molto su un ragazzo, vale ancora oggi?

Su un ragazzino di 17 anni che ha bisogno di sentirsi forte e protetto, questo può dare una pericolosa falsa sicurezza. È per questo che, quando sono uscito, don Italo venne a prendermi.

Fosti tu a cercare lui?

Io ho maturarto la scelta di non tornare a casa, dovevo fare qualcosa per me, cercare un’altra strada. Altrimenti quello che mi aspettava era fare «carriera» in quella famiglia, rischiare la vita, rischiare il carcere.

Quindi come è avvenuto l’incontro con don Italo?

Furono le assistenti sociali a metterci in contatto. Lui era una persona che parlava all’altro come se fosse il suo migliore amico. Quando lo vedevi sapevi che se avessi bussato alla porta avrebbe aperto. Anche se era un prete «importante» non si dimenticava di nessuno.

Qual è la cosa che ti ha detto che ti è rimasta più impressa?

Non è tanto ciò che diceva, ma ciò che faceva ad aver fatto la differenza per me. Voleva che partecipassi alle riunioni dell’Agape, che sentissi parole diverse, parole d’amore: erano riunioni molto diverse da quelle a cui ero abituato, qui si progettava come aiutare il prossimo. Mi portava ai convegni in cui si parlava di contrasto alla mafia. Non c’è stata una cosa singola, particolare. Quando è morto, forse. In quel momento, io andai da lui assieme a un grande amico, Francesco. Don Italo era in un pessimo stato fisico ma gli disse: «Ti affido Giosuè». Si preoccupò di me anche sul letto di morte.

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