Il valore immutato della Dei Verbum

Lunedì ricorreva l’anniversario dell’emanazione della costituzione dogmatica del Concilio Vaticano II riguardante la «Divina Rivelazione» e la Sacra Scrittura: era e resta una pietra miliare

Per celebrare questa ricorrenza non mi soffermerò sulla storia della redazione e non articolerò la struttura e i contenuti del Documento. Proporrò solo su una rapida lettura del numero 1 e 2, per indicare qualche criterio, qualche svolta, alcune conversione ermeneutiche che segneranno, o avrebbe dovuto segnare (sigh!) un nuovo approccio alla Scrittura, o come meglio si dice alla Parola, alla Parola che Rivela, alla Rivelazione. In religioso ascolto delle Parola di Dio e proclamandola con ferma fiducia… questo l’inizio. il percorso è annunciato col riferimento a San Giovanni: «Annunziamo a voi la vita eterna, che era presso il Padre e si manifestò a noi: vi annunziamo ciò che abbiamo veduto e udito, affinché anche voi siate in comunione con noi, e la nostra comunione sia col Padre e col Figlio suo Gesù Cristo» (1 Gv 1,2–3).

I contenuti successivi del Documento sono dentro questo polo irrinunciabile, due pilastri di un unico ponte: l’ascolto finalizzato all’annuncio, l’annuncio che chiede l’ascolto. L’ascolto religioso, l’annuncio mosso dalla ferma fiducia che chi ci parla lo fa per un motivo che vale l’ascolto e che spinge irrinunciabilmente all’annuncio. Annunzio che nasce da una relazione sensibile, visiva, uditiva, quasi tattile e che è finalizzato ad una comunione orizzontale e verticale, o meglio Trinitaria.

Primo criterio: l’ascolto è finalizzato all’annuncio e non c’è annuncio che, nato dall’ascolto, non sia finalizzato ad un ascolto successivo, tutto questo per la comunione. Ma quando si dice Rivelazione di quale natura, oggetto, modo si parla? Il numero 2, che ha per titolo Natura e oggetto della Rivelazione, è il fondamento di tutto ciò che si espliciterà nel resto del Documento. Ne riportiamo il testo:

Piacque a Dio nella sua bontà e sapienza rivelarsi in persona e manifestare il mistero della sua volontà (cfr. Ef 1,9), mediante il quale gli uomini per mezzo di Cristo, Verbo fatto carne, hanno accesso al Padre nello Spirito Santo e sono resi partecipi della divina natura (cfr. Ef 2,18; 2 Pt 1,4). Con questa Rivelazione infatti Dio invisibile (cfr. Col 1,15; 1 Tm 1,17) nel suo grande amore parla agli uomini come ad amici (cfr. Es 33,11; Gv 15,14–15) e si intrattiene con essi (cfr. Bar 3,38), per invitarli e ammetterli alla comunione con sé. Questa economia della Rivelazione comprende eventi e parole intimamente connessi, in modo che le opere, compiute da Dio nella storia della salvezza, manifestano e rafforzano la dottrina e le realtà significate dalle parole, mentre le parole proclamano le opere e illustrano il mistero in esse contenuto. La profonda verità, poi, che questa Rivelazione manifesta su Dio e sulla salvezza degli uomini, risplende per noi in Cristo, il quale è insieme il mediatore e la pienezza di tutta intera la Rivelazione.

Placuit, piacque… Comincia proprio così! A Dio è piaciuto, ha “perfettamente” gradito. Non è poco che tutto nasca da un fatto non solo opportuno, ma anche piacevole. “A Dio piace” è la visione di un Dio prossimo, che prova gusto, che trova la “sua delizia nei figli degli uomini” (Prov 8,31). E poi continua: nella sua bontà e sapienza. L’ordine è quello giusto, è pensato… Prima di tutto la Rivelazione nasce dalla bontà di un Dio che trova piacere nel rivelarsi in persona, la sua sapienza è il modo… Ed ecco il secondo criterio ermeneutico: entrare nel circuito del piacere, riconoscere che a Dio piace rivelarsi a noi e lo fa nella (per la) sua bontà e nella (per la sua Sapienza). In tal senso mai dimenticare che la Rivelazione è il grido o il silenzio, ma sempre l’esplosione della bontà di Dio e che la sua Sapienza è il modo pratico di questa Rivelazione.

Ma cosa dice Dio nel suo rivelarsi? Manifesta il mistero della sua volontà. Non lascia gli uomini nel buio di un “ma tu Dio, cosa vuoi?” E Dio cosa vuole: quale è il mistero della sua volontà, quale l’efficacia? L’accesso per Cristo alla relazione trinitaria, essere resi partecipi della natura divina. Ecco il cuore del mistero della volontà di Dio: ammetterci alla comunione con Lui, essere polo dialogico di una pericoresi trinitaria, essere immersi nella economia delle Relazioni. Che meraviglia! È grazie a questa scelta (la sua Rivelazione) che il Dio invisibile, parla agli uomini. Che linguaggio usa, quale prassi comunicativa? Nel suo grande amore Dio parla agli uomini come ad amici. Ed ecco il terzo criterio per ascoltare Dio e per annunziarlo: entrare nel suo grande amore e ricordare che ci tratta da amici. Il dialogo serrato con Dio ha l’ambiente del suo amore e la prassi dell’amicizia. E questo è sia criterio per ascoltare che per annunciare con ferma fiducia. E questa è un’altra svolta: Se Dio ci parla come si parla ad amici, quando noi lo annunziamo lo facciamo per questa relazione amicale? Parliamo agli altri come ad amici, amici nostri, amici di Dio. E’ nella relazione amicale che si diffonde più efficacemente la Rivelazione… Costruire pilastri di amicizia è la condizione per annunciare efficacemente. E’ ciò che Gesù fa con i suoi discepoli, e lo fa con riferimento a ciò che il Padre gli ha rivelato (Gv 15,15).

Ma non basta parlare come ad amici, Dio si intrattiene… Perde tempo, si attarda con ciascuno. L’ascolto–annuncio della Parola esige questo tempo di relazione, finalizzato a due passaggi: invitare a ammettere alla comunione. I due passaggi non sono banali e descrivono una gradualità di rapporto, diremmo quasi un innamoramento e un amore. L’invito muove la libertà di chi ascolta, l’ammissione la disponibilità di chi si rivela. Il quarto criterio: l’efficacia dell’annuncio si gioca su tempi, inviti, accoglienza e si misura sulla comunione che crea. E lo svolgimento di questa rivelazione non può che avvenire, come in ogni amore, con parole e fatti intimamente connessi.

Perché la parola fa fatti e i fatti possono essere un annuncio. Ultimo criterio: La Rivelazione si annuncia anche con fatti simbolici, oltre che con i caratteri della scrittura e con le forme della parola, con il sudore di fatti concreti. Affido le conclusioni all’ultimo numero della Dei Verbum, è un augurio che faccio ringraziando il buon Dio per questo Concilio e spronando me stesso e gli uomini di buona volontà a coglierne sempre più la pienezza dei contenuti e la concretezza degli indirizzi. Con la lettura e lo studio dei sacri libri «la parola di Dio compia la sua corsa e sia glorificata» (2 Ts 3,1), e il tesoro della rivelazione, affidato alla Chiesa, riempia sempre più il cuore degli uomini. Un cuore pieno, una Parola che continui a correre, un tesoro che si possa schiudere con l’impegno di tutti e la consapevolezza della bellezza dell’amicizia di Dio… A Lui piace, perché Lui è buono.

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