Il vangelo secondo Fabrizio De Andrè

La ricerca di Dio come protettore dei dimenticati al centro di brani e dischi come il concept album La Buona Novella

Ci voleva un anarchico–rivoluzionario, per mettere in piedi il disco a tema più coraggioso di sempre, politico ed etico in senso altissimo, laico eppure spirituale. Con al centro l’anarchia vera del ribellarsi alla banalità gretta del potere umano, in un “concept album” su Dio. Insomma, ci voleva Fabrizio De André. Ci voleva Faber, per riscattare in musica il violento velleitarismo del Sessantotto italiano dedicando nel ’70, all’abbrivio degli anni di piombo, un disco intero a Qualcuno che nessuno avrebbe mai potuto immaginare nella musica d’autore, men che meno in quella “impegnata”: ovvero Gesù Cristo. Perché è il «rivoluzionario» Cristo, il “concept” dell’album La buona novella, lavorato da Fabrizio De André con Roberto Dané e Giampiero Reverberi. Il Gesù di De Andrè è pienamente uomo ma, sempre Cristo è: anzi, proprio perché si parte da u na lettura umana della sua figura, è un Cristo più avvicinabile all’urgenza di capire il senso dell’uomo tipica di De André sin dall’inizio. Perché non va dimenticato che De André già nei suoi primi tre Lp aveva cantato gli ultimi cui il Vangelo fa riferimento, usando pure simile pietas. E poi c’era già nel suo canzoniere Si chiamava Gesù: che subito dal primo Lp del ’68 indicava una ricerca laica, ma inevitabilmente giunta a interrogarsi sul principale riferimento religioso dell’Occidente. E questo interrogarsi sul senso del vivere e sul perché del male, che accompagnò Faber sino alla fine, è in fondo il nucleo di qualunque fede: percorso che non sempre trova la grazia del credere. Ma a parte ciò, è chiaro che La buona novella non fu comunque improvvisa conversione, né episodio fra parentesi: bensì ulteriore crescita di una ricerca che toccava una delle sue vette osando riflettere sull’Uomo che molti dicono Dio fattosi carne. Che scalpore, dunque, quando La buona novella rese evidente che dietro lo sghignazzo su preti e bigottismo c’era davvero, in De André, pietas. De André, davvero anarchico e nel cuore rivoluzionario, nel suo onesto cercare aveva finito con incontrare, e cantare, Gesù: che choc, per tanti. Faber in realtà di tutte le reazioni alla sua opera rideva. «Ero solo un autore di canzoni che raccontava la storia di un uomo molto buono», disse al suo ottimo biografo Cesare G. Romana. Sebbene il titolo del concept del ’70 rimandasse non alla venuta di Cristo bensì a un credere nell’uomo, era pur sempre di Cristo che La buona novella parlava. In essa c’è un Laudate Dominum accanto al Laudate hominem; e nell’Lp Maria e Giuseppe sono donna e uomo, certo, ma anche icona spirituale del valore–maternità e simbolo filosofico della difficoltà di rapportarsi ai chiaroscuri della vita. Poi La buona novella sale di tono, rispetto all’ovvio. Affronta il calvario, osa il mistero del morire, alfine approda a quella mirabile rilettura laica dei dieci comandamenti che è Il testamento di Tito, ladrone crocifisso accanto a Gesù. Un brano tanto considerato da De André quale emblema del dover ridare senso e dignità all’uomo: lo canterà sempre, dal vivo, in tutta la carriera. Certo ne La buona novella c’è pure tutto il corollario politico dell’attacco al potere, ecclesiastico o temporale che sia: ma anche questo, a ben vedere, faceva parte della vita stessa di Cristo. Così che come ha scritto Romana, alla fine De André incise «il più laico degli atti di fede».

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